Nella vita c'è sempre una prima volta: per la prima volta non sono riuscito ad entrare in sala per la proiezione di The Road, Sala Grande, ore 22.00, film molto atteso, orario di massima affluenza di pubblico… pazienza lo si vedrà in programmazione al cinema (a differenza di altri titoli…), se non fosse che l’attesa di un’ora in coda non è stata sufficiente per poter accedere. Purtroppo si ripresentano le solite, abituali (irrimediabili?) magagne organizzative: non voglio polemizzare ed essere ripetitivo, amo la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e credo ci voglia poco per migliorare alcuni aspetti, orientare il pubblico con pannelli direzionali (povera sperduta Sala Pasinetti…), sapere con l’ausilio dell’informatica i biglietti venduti e i posti disponibili, ecc. ecc. Mancanza di infrastrutture (vedremo…), question de $kei (probabile, ma…). Ore 22.20, ancora in coda, il film è iniziato, retromarch. Era meglio, come pensato vedere altri film (Francesca o Kakraki), seguendo i vari incastri del mio programma li avrei recuperati successivamente, The Road mi incuriosiva, ma ormai è troppo tardi, le proiezioni nelle altre sale sono iniziate, gli accreditati già accodati… una seccatura, buona notte (fonda!).
Ore 14.00 - Settimana della Critica
Metropia di Tarik Saleh
Svezia futurista (e da incubo) in animazione per l'apertura della SIC: Vincent Gallo presta la voce per l'esordio di Tarik Saleh.
Doppietta svedese alla Settimana della Critica. Vengono infatti dalla terra di Bergman l'Evento speciale Videocracy di Erik Gandini, che come ormai tutti sanno riflette sullo stato della televisione in Italia, e il film di apertura Metropia di Tarik Saleh, lungometraggio di animazione che disegna un futuro apocalittico. Curiosamente i due registi, amici nonché collaboratori avendo cofirmato nel 2001 Sacrificio - Who betrayed Che Guevara e nel 2005 Gitmo – New rules of war, documentario sconvolgente sul carcere di Guantanamo, si presentano a Venezia con due opere per certi versi complementari per capire il presente e immaginare come potrebbe invece essere il futuro prossimo. Se infatti Gandini partendo dal caso Italia analizza una società già pienamente dis-educata dalla televisione, Saleh fa un passo avanti e, senza dimenticare "1984" di Orwell, illustra un domani in cui il vecchio continente non è più diviso in singole nazioni ma uno stato-Europa controllato da occhi nascosti ovunque e plasmato attraverso una rete di comunicazione globale. Non bastasse, la volontà dei singoli è manipolata da una misteriosa voce interiore che al primo cenno di cedimento invita a dare sempre il meglio di sé, cosa non facile vista la cupezza che avvolge tutto e tutti. Il film è ambientato nel 2024 e c'è ancora tempo prima che gli incubi raccontati prendano vita, ma sarà il caso di cominciare ad attrezzarci per evitare alle generazioni future il triste destino di Roger, il protagonista cui dà voce Vincent Gallo. L'importanza dell'esordio di Saleh nella finzione non si ferma certo al tema affrontato, ma anzi trova il punto di maggior interesse nella forza delle sequenze di animazione digitale realizzate unendo immagini, disegni e frottage. Una tecnica frutto di un lavoro lungo e laborioso, premiato da un risultato destinato a occupare un posto di rilievo nella storia dell'animazione.
Ore 19.00 - Settimana della Critica/Giornate degli Autori
Videocracy di Erik Gandini
Ressa per il film sulla videocrazia berlusconiana, aggiunta una proiezione.
Razzismo e «Videocracy»: politici italiani alla berlina.
Dalla Romania accuse di xenofobia con pesanti insulti. Alessandra Mussolini: chiedo il sequestro di «Francesca».
VENEZIA —È arrivata al Lido la giornata del non voglia¬moci bene . Dopo la sfilata del potere della prima serata, con Berlusconi jr. in prima linea per il film di Tornatore nel trionfo del «made in Sicily» ecco che la Mostra (nello stesso giorno in cui l’America ver¬a le ciniche lacrime di Solondz) sferra due attacchi concentrici all’Italia. Da una parte con Videocracy, basta apparire di Erik Gandini, italiano che vive in Svezia; dall’altra la Romania con Francesca, film di neo-realismo girato da Bobby Paunescu, che ha vissuto 10 anni a Milano e accusa gli italiani di razzismo. Di entrambi è distributore Domenico Procacci (Fandango). L’onorevole Alessandra Mussolini è pronta alla richiesta di sequestro e di risarcimento danni per una battuta dove in una casa di Bucarest si dice di lei: «Quella... che vuole ammazzare tutti i romeni ». Insulti da uno dei personaggi della pellicola anche al leghista Flavio Tosi, definito «sindaco di ... di Verona ». Tosi replica ricordando l’imminente costruzione di un centro culturale romeno a Verona e gli elogi del console Dinu. Alla prima proiezione la stampa in sala ha brevemente applaudito, più calorosa l’accoglienza del pubblico. Procacci dice che si vedrà, la parola alla legge.
La videocrazia berlusconiana da una parte e la xenofobia sono chiamati dunque a processo in un cinema che vorrebbe dire tutta la verità. E sostiene Gandini, autore di Videocracy cui ha messo lo zampino produttivo anche Lars Von Trier: «Io racconto la mal¬vagità del banale, la volgarità tv in un paese dove la divisio¬ne non è più tra destra e sinistra ma tra chi appare in tv e chi no». Il campione della prima categoria è il fotografo Fa¬brizio Corona che si è fatto riprendere nudo sotto la doccia e poi vestito, spiegando come usa i flash e dando la liberatoria per ogni immagine, così come gli altri, anche per l’uso dell’inno femminile «Meno male che Silvio c’è».
«Corona non è uno che si ma¬novra lo si segue e basta: sa quel che vuole, è lui che conduce il gioco». Il film, uscito in Svezia con successo («la gente ama l’Italia, entra ridendo perché siamo ridicoli ma esce seria e turbata») definito il più spaventoso horror dell’anno (Lele Mora col telefonino che suona «Faccetta nera»), è una summa del peggio mediatico della tv scosciata. «Parto dal 76 con 'Spogliamoci insieme' seguito da Smaila di 'Colpo grosso'. Non avrei mai pensato a una escalation per cui il presidente della tv sarebbe diventato poi del consiglio ». Grande ressa alla prima proiezione: ne è stata aggiunta un’altra. Gandini tiene a discutere di cinema, parla della «letale filosofia dell’apparenza, messaggio che deve arrivare in platea, perché non riguarda solo l’Italia che sta comunque al 73mo posto nella libertà di stampa».
L’attacco romeno riguarda Francesca (interpretata da Monica Barladeanu), storia invece di una ragazza di Bucarest, dove molta gente si spende in energia e volontà, che vorrebbe venire in Italia ad aprire un asilo. Siamo definiti, da suo nonno, «maccheronari » e stupratori come i turchi: «Perciò — dice nel film — ci hanno fatto entrare nel¬l’Unione europea, per le donne ». L’autore si è sentito tra¬dito: «Gli italiani pensano che siamo ladri, zingari, stupratori, un effetto dell’orribile assassinio della Reggiani nel 2007, ma in realtà paghiamo tutti 22 milioni di onesti per 900 delinquenti. Sentivo di dover far qualcosa, reagire per un comprensibile rancore. Pensare che ci sono 1700 imprese romene a Verona e 27.000 imprese italiane in Romania con tanti scambi commerciali... Viviamo una crisi di identità — conclude Paunescu — ci vorrà tempo, ma spero ci sarà modo di aggiustare il tiro da tutte e due le parti, perché siamo popoli storicamente affini ed è molto brutto ora dover proteggersi le spalle».
Ore 22.00 - Venezia 66
The Road di John Hillcoat
Apocalisse presente
Adattare un romanzo per il grande schermo, considerando la profonda differenza tra i due media, significa necessariamente tradire il materiale di partenza, ma in questo caso la scelta di John Hillcoat di mantenersi aderente al testo originario risulta efficace, oltre che comprensibile.
"Chi fa brutti sogni nutre ancora la capacità di ribellarsi, chi fa solo bei sogni oramai si è arreso". Una madre si rifiuta di mettere al mondo il proprio bambino in un mondo dilaniato dal senso di morte, mentre un padre si carica sulle spalle il peso della famiglia inseguendo il miraggio di un utopico miglioramento delle condizioni di vita. Il cataclisma oggetto del lucido romanzo di Cormac McCarthy portato sullo schermo dall'australiano John Hillcoat non si riveste delle sfumature filosofico-religiose de I figli degli uomini, ma affoga nello stesso sangue, sporcizia e grigiore in cui è immersa l'America post-apocalittica sconquassata da terremoti e paralizzata nella morsa del gelo. "Homo homini lupus" teorizzava Thomas Hobbes.
Il doppio binario su cui si muove il nucleo narrativo di The Road coniuga l'avvicinamente progressivo dei due protagonisti, un padre e un figlio, movimento che talvolta subisce brevi, ma pesanti battute d'arresto (gli incontri con gli altri derelitti in cammino ai quali il figlio è sempre prodigo nell'offrire aiuto, mentre il padre protettivo vorrebbe allontanare al più presto) con lo scontro tra questo nucleo familiare mutilato e i "cattivi" che popolano il mondo distrutto. La mente infantile, pronta a semplificare le complesse sovrastrutture della realtà e a ridurle all'essenziale, divide gli uomini in buoni e, appunto, cattivi. Quella adulta del padre (uno straordinario Viggo Mortensen, ma questa non è una sorpresa) ha allenato i propri sensi a diffidare di chiunque per proteggere il figlio istruendolo a sfuggire con ogni mezzo ai nemici, anche a costo di togliersi la vita per sottrarsi alla violenza che imperversa, violenza mostrata solo a sprazzi, ma evocata costantemente nel corso del film dalle tracce del passaggio dei cattivi.
Adattare un romanzo per il grande schermo, considerando la profonda differenza tra i due media, significa necessariamente tradire il materiale di partenza, ma in questo caso la scelta di John Hillcoat di mantenersi aderente al testo originario risulta efficace, oltre che comprensibile. La profonda relazione che si crea tra il padre e il figlio in fuga dall'inverno, dal male, e forse anche dai ricordi di un passato sereno, viene sviscerata attraverso una concessione minima al sentimentalismo sostituita per lo più da un'asciutta e minuziosa rappresentazione della quotidianità anomala instauratasi, fatta di piccoli gesti necessari alla sopravvivenza.
Di fronte alla compattezza narrativa e stilistica di McCarthy, John Hillcoat sceglie la via più semplice, ma anche più rigorosa. La sua regia si mette al servizio di storia e personaggi abbandonando guizzi autoriali o concessioni al pathos per assumere una funzione essenzialmente descrittiva. Il focus rappresentato dalla sofferta relazione padre-figlio viene incorniciato da piani d'ambientazione cupamente suggestivi che fotografano la desolazione dello scenario possibile dipinto da The Road e dal giganteggiare degli attori, tutti assolutamente in parte, dalla disperata Charlize Theron al saggio Robert Duvall. Unica concessione volta a movimentare la narrazione: gli inserti onirici che conservano la dolcezza del ricordo e l'inquietudine del passato recente. La strada verso sud passa attraverso la desolazione e la ferinità dell'umano, troppo umano. Pessimista McCarthy. O no?
Ore 14.00 - Settimana della Critica
Metropia di Tarik Saleh
Svezia futurista (e da incubo) in animazione per l'apertura della SIC: Vincent Gallo presta la voce per l'esordio di Tarik Saleh.
Doppietta svedese alla Settimana della Critica. Vengono infatti dalla terra di Bergman l'Evento speciale Videocracy di Erik Gandini, che come ormai tutti sanno riflette sullo stato della televisione in Italia, e il film di apertura Metropia di Tarik Saleh, lungometraggio di animazione che disegna un futuro apocalittico. Curiosamente i due registi, amici nonché collaboratori avendo cofirmato nel 2001 Sacrificio - Who betrayed Che Guevara e nel 2005 Gitmo – New rules of war, documentario sconvolgente sul carcere di Guantanamo, si presentano a Venezia con due opere per certi versi complementari per capire il presente e immaginare come potrebbe invece essere il futuro prossimo. Se infatti Gandini partendo dal caso Italia analizza una società già pienamente dis-educata dalla televisione, Saleh fa un passo avanti e, senza dimenticare "1984" di Orwell, illustra un domani in cui il vecchio continente non è più diviso in singole nazioni ma uno stato-Europa controllato da occhi nascosti ovunque e plasmato attraverso una rete di comunicazione globale. Non bastasse, la volontà dei singoli è manipolata da una misteriosa voce interiore che al primo cenno di cedimento invita a dare sempre il meglio di sé, cosa non facile vista la cupezza che avvolge tutto e tutti. Il film è ambientato nel 2024 e c'è ancora tempo prima che gli incubi raccontati prendano vita, ma sarà il caso di cominciare ad attrezzarci per evitare alle generazioni future il triste destino di Roger, il protagonista cui dà voce Vincent Gallo. L'importanza dell'esordio di Saleh nella finzione non si ferma certo al tema affrontato, ma anzi trova il punto di maggior interesse nella forza delle sequenze di animazione digitale realizzate unendo immagini, disegni e frottage. Una tecnica frutto di un lavoro lungo e laborioso, premiato da un risultato destinato a occupare un posto di rilievo nella storia dell'animazione.
Ore 19.00 - Settimana della Critica/Giornate degli Autori
Videocracy di Erik Gandini
Ressa per il film sulla videocrazia berlusconiana, aggiunta una proiezione.
Razzismo e «Videocracy»: politici italiani alla berlina.
Dalla Romania accuse di xenofobia con pesanti insulti. Alessandra Mussolini: chiedo il sequestro di «Francesca».
VENEZIA —È arrivata al Lido la giornata del non voglia¬moci bene . Dopo la sfilata del potere della prima serata, con Berlusconi jr. in prima linea per il film di Tornatore nel trionfo del «made in Sicily» ecco che la Mostra (nello stesso giorno in cui l’America ver¬a le ciniche lacrime di Solondz) sferra due attacchi concentrici all’Italia. Da una parte con Videocracy, basta apparire di Erik Gandini, italiano che vive in Svezia; dall’altra la Romania con Francesca, film di neo-realismo girato da Bobby Paunescu, che ha vissuto 10 anni a Milano e accusa gli italiani di razzismo. Di entrambi è distributore Domenico Procacci (Fandango). L’onorevole Alessandra Mussolini è pronta alla richiesta di sequestro e di risarcimento danni per una battuta dove in una casa di Bucarest si dice di lei: «Quella... che vuole ammazzare tutti i romeni ». Insulti da uno dei personaggi della pellicola anche al leghista Flavio Tosi, definito «sindaco di ... di Verona ». Tosi replica ricordando l’imminente costruzione di un centro culturale romeno a Verona e gli elogi del console Dinu. Alla prima proiezione la stampa in sala ha brevemente applaudito, più calorosa l’accoglienza del pubblico. Procacci dice che si vedrà, la parola alla legge.
La videocrazia berlusconiana da una parte e la xenofobia sono chiamati dunque a processo in un cinema che vorrebbe dire tutta la verità. E sostiene Gandini, autore di Videocracy cui ha messo lo zampino produttivo anche Lars Von Trier: «Io racconto la mal¬vagità del banale, la volgarità tv in un paese dove la divisio¬ne non è più tra destra e sinistra ma tra chi appare in tv e chi no». Il campione della prima categoria è il fotografo Fa¬brizio Corona che si è fatto riprendere nudo sotto la doccia e poi vestito, spiegando come usa i flash e dando la liberatoria per ogni immagine, così come gli altri, anche per l’uso dell’inno femminile «Meno male che Silvio c’è».
«Corona non è uno che si ma¬novra lo si segue e basta: sa quel che vuole, è lui che conduce il gioco». Il film, uscito in Svezia con successo («la gente ama l’Italia, entra ridendo perché siamo ridicoli ma esce seria e turbata») definito il più spaventoso horror dell’anno (Lele Mora col telefonino che suona «Faccetta nera»), è una summa del peggio mediatico della tv scosciata. «Parto dal 76 con 'Spogliamoci insieme' seguito da Smaila di 'Colpo grosso'. Non avrei mai pensato a una escalation per cui il presidente della tv sarebbe diventato poi del consiglio ». Grande ressa alla prima proiezione: ne è stata aggiunta un’altra. Gandini tiene a discutere di cinema, parla della «letale filosofia dell’apparenza, messaggio che deve arrivare in platea, perché non riguarda solo l’Italia che sta comunque al 73mo posto nella libertà di stampa».
L’attacco romeno riguarda Francesca (interpretata da Monica Barladeanu), storia invece di una ragazza di Bucarest, dove molta gente si spende in energia e volontà, che vorrebbe venire in Italia ad aprire un asilo. Siamo definiti, da suo nonno, «maccheronari » e stupratori come i turchi: «Perciò — dice nel film — ci hanno fatto entrare nel¬l’Unione europea, per le donne ». L’autore si è sentito tra¬dito: «Gli italiani pensano che siamo ladri, zingari, stupratori, un effetto dell’orribile assassinio della Reggiani nel 2007, ma in realtà paghiamo tutti 22 milioni di onesti per 900 delinquenti. Sentivo di dover far qualcosa, reagire per un comprensibile rancore. Pensare che ci sono 1700 imprese romene a Verona e 27.000 imprese italiane in Romania con tanti scambi commerciali... Viviamo una crisi di identità — conclude Paunescu — ci vorrà tempo, ma spero ci sarà modo di aggiustare il tiro da tutte e due le parti, perché siamo popoli storicamente affini ed è molto brutto ora dover proteggersi le spalle».
Ore 22.00 - Venezia 66
The Road di John Hillcoat
Apocalisse presente
Adattare un romanzo per il grande schermo, considerando la profonda differenza tra i due media, significa necessariamente tradire il materiale di partenza, ma in questo caso la scelta di John Hillcoat di mantenersi aderente al testo originario risulta efficace, oltre che comprensibile.
"Chi fa brutti sogni nutre ancora la capacità di ribellarsi, chi fa solo bei sogni oramai si è arreso". Una madre si rifiuta di mettere al mondo il proprio bambino in un mondo dilaniato dal senso di morte, mentre un padre si carica sulle spalle il peso della famiglia inseguendo il miraggio di un utopico miglioramento delle condizioni di vita. Il cataclisma oggetto del lucido romanzo di Cormac McCarthy portato sullo schermo dall'australiano John Hillcoat non si riveste delle sfumature filosofico-religiose de I figli degli uomini, ma affoga nello stesso sangue, sporcizia e grigiore in cui è immersa l'America post-apocalittica sconquassata da terremoti e paralizzata nella morsa del gelo. "Homo homini lupus" teorizzava Thomas Hobbes.
Il doppio binario su cui si muove il nucleo narrativo di The Road coniuga l'avvicinamente progressivo dei due protagonisti, un padre e un figlio, movimento che talvolta subisce brevi, ma pesanti battute d'arresto (gli incontri con gli altri derelitti in cammino ai quali il figlio è sempre prodigo nell'offrire aiuto, mentre il padre protettivo vorrebbe allontanare al più presto) con lo scontro tra questo nucleo familiare mutilato e i "cattivi" che popolano il mondo distrutto. La mente infantile, pronta a semplificare le complesse sovrastrutture della realtà e a ridurle all'essenziale, divide gli uomini in buoni e, appunto, cattivi. Quella adulta del padre (uno straordinario Viggo Mortensen, ma questa non è una sorpresa) ha allenato i propri sensi a diffidare di chiunque per proteggere il figlio istruendolo a sfuggire con ogni mezzo ai nemici, anche a costo di togliersi la vita per sottrarsi alla violenza che imperversa, violenza mostrata solo a sprazzi, ma evocata costantemente nel corso del film dalle tracce del passaggio dei cattivi.
Adattare un romanzo per il grande schermo, considerando la profonda differenza tra i due media, significa necessariamente tradire il materiale di partenza, ma in questo caso la scelta di John Hillcoat di mantenersi aderente al testo originario risulta efficace, oltre che comprensibile. La profonda relazione che si crea tra il padre e il figlio in fuga dall'inverno, dal male, e forse anche dai ricordi di un passato sereno, viene sviscerata attraverso una concessione minima al sentimentalismo sostituita per lo più da un'asciutta e minuziosa rappresentazione della quotidianità anomala instauratasi, fatta di piccoli gesti necessari alla sopravvivenza.
Di fronte alla compattezza narrativa e stilistica di McCarthy, John Hillcoat sceglie la via più semplice, ma anche più rigorosa. La sua regia si mette al servizio di storia e personaggi abbandonando guizzi autoriali o concessioni al pathos per assumere una funzione essenzialmente descrittiva. Il focus rappresentato dalla sofferta relazione padre-figlio viene incorniciato da piani d'ambientazione cupamente suggestivi che fotografano la desolazione dello scenario possibile dipinto da The Road e dal giganteggiare degli attori, tutti assolutamente in parte, dalla disperata Charlize Theron al saggio Robert Duvall. Unica concessione volta a movimentare la narrazione: gli inserti onirici che conservano la dolcezza del ricordo e l'inquietudine del passato recente. La strada verso sud passa attraverso la desolazione e la ferinità dell'umano, troppo umano. Pessimista McCarthy. O no?
4 commenti:
bé, credo che il problema degli accreditati culturali al lido rimanga il medesimo. come anche quello dell'organizzazione logistica.
amiamo la mostra del cinema di Venezia e per questo continuiamo a fare il blog ;-)
Troppo fuori il tuo post, Baes!
Ieri sera ero sbregata dal ridere... si capiva che eri seccato!
Oggi sono andata a vedere il film di Turturro in Sala Grande. Cecilia, ti ho lasciato un messaggio di posta in Facebook con la recensione. Fammi sapere (perché non riesco ad iscrivermi al blog).
Ma guarda te! proprio The road mi interessava tantissimo... Si recupera al cinema senza problema. Peccato però aver perso così la possibilità di vedere un altro film. Bravo Baes, qualche decisa frecciata all'organizzazione ci sta!
Rob.
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