Ore 08.30 – Venezia 66
36 vues du Pic Saint-loup di Jacques Rivette
Lo spettacolo del circo ambulante come luogo ideale per una rinascita esistenziale
Alla vigilia di una tournée estiva, il proprietario di un piccolo circo muore improvvisamente. Senza ormai speranza, i membri del circo decidono di rivolgersi alla figlia del proprietario, Kate, che lì aveva abbandonati circa quindi anni prima.
Dopo quindici anni di assenza, Kate ritorna al mondo circense, abbandonato da giovane dopo la tragedia di un grave incidente. Il padre, direttore del piccolo circo in tournée, è morto da poco tempo e gli acrobati rimasti, scioccati dalla perdita, devono fare i conti con l’insuccesso del loro spettacolo itinerante. Bloccati in un piccolo paesino alle porte di Parigi, cercano di riavvicinarsi lentamente a Kate. Durante la preparazione dei nuovi sketch, arriva Vittorio, misterioso viaggiatore italiano, che, affascinato dall’eccentricità del gruppo e dall’animo tormentato di Kate, decide di fermarsi per qualche tempo. L’incontro tra le due anime solitarie costringerà tutti a fermarsi e riflettere sui traumi del passato.
Rivette è ossessionato dal legame tra arte e vita. Dopo aver sviscerato il topos ne La bella scontrosa, enigmatica riflessione sulla pittura come sintesi intellettuale di creazione artistica e ricerca esistenziale, ora continua a srotolare quel filo, ambientando una nuova storia d’amore nel mondo del circo. Sceglie un piccolo tendone rudimentale, lo arricchisce di luci e colori e lo sveste del carattere esagerato da baraccone ambulante. Il non-luogo sospeso del circo viene così rappresentato nella sua essenzialità: non ci sono elefanti addestrati né tigri o cavalli ma solo un gruppetto di clown e qualche acrobata. L’assenza totale di musica e la presenza algida e apatica dell’esiguo pubblico pagante, ammanta la costruzione silenziosa dei sentimenti di un’aria triste e desolante. Se i drammi del cuore affrontano con gravità la ricerca di un senso compiuto, le scenette teatrali dei clown e l’estrosità di Vittorio (che ride quando gli altri non lo fanno e si intromette negli affari degli sconosciuti con picchi buffi di petulanza), temperano i tormenti interiori.
Vittorio è impacciato e ‘fuori tempo’ nell’avvicinamento a Kate; tra i due nasce però una strana complicità che li unisce e separa continuamente, in un ballo di emozioni sussurrate e mai vissute carnalmente. Lei è bloccata dai ricordi e vive imponendosi la sofferenza della rimozione di una parte di se stessa, quella legata al mondo del circo dov’è cresciuta.. Accetta le incombenze quotidiane del presente, pensa al futuro ma non vuole fermarsi a guardare indietro. Il ritorno al circo ‘ambulante’ la blocca in un luogo magico, dove la commistione tra creatività e gioia di vivere creano il posto ideale per pensare. Lo stesso accade a Vittorio, nomade anomalo che vede, prima nello spettacolo circense, poi in Kate, l’occasione di aggrapparsi alla vita.
Ore 10.45 – Fuori Concorso
The Informant! di Steven Soderbergh
Mais, bugie e intercettazioni
Soderbergh è bravissimo a donare al film un ritmo serrato, trasformando una storia fondamentalmente drammatica in una commedia divertente e al limite del surreale quasi fosse un film dei fratelli Coen.
Il cinema contemporaneo americano negli ultimi anni ha più volte dimostrato una fascinazione per storie vere che raccontino di adorabili truffatori, si pensi ad esempio a Prova a prendermi o al più recente I Love You Phillip Morris. Questo The Informant! di Steven Soderbergh (tratto da un saggio quasi omonimo, il regista aggiunge, non a caso, un punto esclamativo finale che ben si addice al tono della pellicola) segue questo fortunato filone raccontandoci la bizzarra storia di Mark Whitacre, un dirigente di una multinazionale agroalimentare che si trova (per colpa sua) coinvolto in una investigazione dell'FBI riguardante prima una fantomatica talpa che sta sabotando il lavoro di ricerca e poi i capi dell'azienda accusati di controllare i prezzi sul mercato internazionale della lisina, un additivo estratto dal mais usato in molteplici prodotti alimentari.
Nonostante la storia sia ambientata nello scorso decennio e nonostante i titoli di testa richiamino un capolavoro del cinema degli anni '70 come La conversazione di Coppola, sia la fotografia che la straordinaria colonna sonora richiamano lo stile delle commedie anni sessanta, facendoci capire da subito di trovarci sì davanti ad una spy story, ma quantmeno anomala, magari da non prendere troppo sul serio. Eppure l'argomento serio lo è certamente, ma Soderbergh è bravissimo a donare al film un ritmo serrato, trasformando una storia fondamentalmente drammatica (o quantomeno dalle moltiplici conseguenze drammatiche) in una commedia divertente e al limite del surreale quasi fosse un film dei fratelli Coen. Tanto che alla fine le bugie, gli equivoci e soprattutto la faccia tosta di Mark Whitacre finiscono con il contare ben più dei milioni di dollari rubati o degli anni d'investigazioni sprecati dall'FBI.
Ma nè Soderbergh nè il bravissimo Matt Damon (per l'occasione ingrassato di più di dieci chili) trasformano il protagonista in una macchietta: nonostante sia il mattatore assoluto della pellicola e non faccia altro che mentire per tutta la durata del film, Whitacre rimane un personaggio con cui è facile empatizzare, soprattutto grazie alla sua (auto)ironia e al suo contagioso ottimismo. Per molti forse sarà troppo poco, molti magari diranno che sarebbe stato meglio adottare un altro tono e parlare dell'ennesima truffa ai danni dei consumatori da parte delle coorporazioni, ma è anche vero che in tempo di crisi qualche risata non si rifiuta mai, soprattutto se accompagnata da un buon film.
Ore 14.30 – Fuori Concorso
Napoli Napoli Napoli di Abel Ferrara
Il docu-film Napoli, inferno visto da Abel Ferrara Il regista nato nel Bronx «indaga» sulla città: dalle detenute di Pozzuoli alla camorra
VENEZIA — Abel Ferrara arriva mezza giornata dopo il previsto per un ritardo aereo e all'incontro sul suo docu-film Napoli Napoli Napoli ha spedito i luogotenenti, attori e sceneggiatori con Peppe Lanzetta e Gaetano Di Vaio in testa. Sala grande piena (Abel Ferrara evoca rispetto malgrado le ultime prove), e dopo quasi due ore che si potevano sforbiciare, applausi che lavano la cattiva coscienza collettiva per ciò che non si fa. Ma per fortuna il suo spaccato della città non ha vittimismo da offrire, racconta la realtà per quella che è, col suo stile ruvido e sgradevole.
«Dire: poveretti, aiutiamoli è un concetto che non aiuta nessuno », racconta Di Vaio. Il produttore Gianluca Curti cita Paso¬lini e Francesco Rosi, poi dice che «non vuol essere un film di denuncia» e allora si torna al punto di partenza raccontando una Napoli dentro l'altra, si vive come in Africa con le esigenze di una metropoli occidentale. Il regista, nato nel Bronx con origini salernitane, aveva spiegato di essersi ispirato a Michael Moore. L'attore Luca Lionello: «E' una sorta di candid-camera, un personale punto di vista su qual¬cosa che non riguarda da vicino Abel». «Non sono estraneo — aveva detto Ferrara — al proble¬ma di cercare di sopravvivere in una città che cerca di reagire alla violenza, povertà e alla sovrabbondanza di arte, cultura e valore della famiglia; questo film non nasce da un'idea precisa ma dalla voglia di capire».
Il progetto si è allargato da quella che doveva essere un'inchiesta sul carcere femminile di Pozzuoli. Quelle giovani donne sdentate, dentro per spaccio o rapina, restano il leitmotiv di un Sud dove continua a dominare la figura maschile, uomini devoti e puttanieri, orchi che strangolano l'amico che ha tradito. E poi riecco le vele di Scampia, ballatoi e grovigli di scale, le mani libere sulle speculazioni edili-zie.
Abel Ferrara non c'è e non gli si può chiedere che cosa aggiunge di nuovo questa fotografia su una città che se ne va per i fatti suoi, dove la violenza cova come nel Vesuvio cova la lava. C'è l'accettazione fatale della camorra, schiavi di un sistema di sopraffazioni dove il bene e il male si sovrappongono; c'è la testimonianza di un giornalista che parla di etnie, della plebe intesa in senso medievale dove tutto è diverso: istituzioni, gerarchie, perfino la lingua: «Se parlano, io che sono napoletano non li capisco. Noi li chiamiamo Mao Mao». Il sindaco Jervolino semplifica che «non ci sono responsabilità istituzionali»; non c'è nulla da offrire ai giovani se non la possibilità di fuggire. Ma questo l'aveva già detto nel 1961 Raf-faele La Capria, Napoli ti ferisce a morte o ti addormenta.
Ore 18.00 – Orizzonti
Paraiso di Héctor Gálvez
Il documentarista peruviano Hector Galvez dirige un teen movie impastato di sangue e lacrime. Senza retorica, in Orizzonti
Il "Giardino del Paradiso" è un polveroso torrido agglomerato di baracche in una valle a pochi chilometri da Lima. Una terra senza speranza dalla quale un gruppo d'adolescenti cerca ogni giorno il modo di fuggire. Hector Galvez, documentarista, direttore della fotografia, sceneggiatore, esordisce nel lungometraggio con un teen movie impastato di sangue e di lacrime. Tra le bande rivali che si ammazzano ogni notte, i tetri ricordi, vicini e terribili, delle angherie e degli assassini dei "terroristi " e dei militari, l'inerzia degli adulti e l'inaccessibilità d'ogni speranza Mario, Sara, Antuaneta, Joaquin e Lalo trascorrono giorni tutti uguali in equilibrio precario tra la vita e la morte. Se l'utilizzo della luce e la partitura cromatica, la scrittura dei dialoghi e la direzione dei giovani attori dimostrano tutti una solida efficienza, è nella regolazione della distanza della macchina da presa rispetto agli interpreti che Galvez fonda la cifra migliore del suo stile sobrio, duro ed emozionante. Dal campo lungo sul gruppo di giovani riuniti insieme per l'inaugurazione della nuova baracca di Mario, al primissimo piano del volto incantato e rapito di Joaquin intento a osservare le acrobazie del trapezista del circo, la macchina trova sempre una posizione esatta, necessaria, muovendosi impercettibilmente, senza mai cercare l'effetto, la stoccata retorica o l'affondo sentimentale. Così, senza clamore, senza vieti escamotage narrativi, senza avvertimenti o sottolineature ciascun protagonista approda prima della fine a un suo temporaneo compimento. L'ultima inquadratura il regista la affida proprio a Joaquin, mentre si dirige, in cima al camion del circo abbracciato a una scimmietta, lontano dal suo paese, lontano da casa sua. Lontano dal Paradiso.
36 vues du Pic Saint-loup di Jacques Rivette
Lo spettacolo del circo ambulante come luogo ideale per una rinascita esistenziale
Alla vigilia di una tournée estiva, il proprietario di un piccolo circo muore improvvisamente. Senza ormai speranza, i membri del circo decidono di rivolgersi alla figlia del proprietario, Kate, che lì aveva abbandonati circa quindi anni prima.
Dopo quindici anni di assenza, Kate ritorna al mondo circense, abbandonato da giovane dopo la tragedia di un grave incidente. Il padre, direttore del piccolo circo in tournée, è morto da poco tempo e gli acrobati rimasti, scioccati dalla perdita, devono fare i conti con l’insuccesso del loro spettacolo itinerante. Bloccati in un piccolo paesino alle porte di Parigi, cercano di riavvicinarsi lentamente a Kate. Durante la preparazione dei nuovi sketch, arriva Vittorio, misterioso viaggiatore italiano, che, affascinato dall’eccentricità del gruppo e dall’animo tormentato di Kate, decide di fermarsi per qualche tempo. L’incontro tra le due anime solitarie costringerà tutti a fermarsi e riflettere sui traumi del passato.
Rivette è ossessionato dal legame tra arte e vita. Dopo aver sviscerato il topos ne La bella scontrosa, enigmatica riflessione sulla pittura come sintesi intellettuale di creazione artistica e ricerca esistenziale, ora continua a srotolare quel filo, ambientando una nuova storia d’amore nel mondo del circo. Sceglie un piccolo tendone rudimentale, lo arricchisce di luci e colori e lo sveste del carattere esagerato da baraccone ambulante. Il non-luogo sospeso del circo viene così rappresentato nella sua essenzialità: non ci sono elefanti addestrati né tigri o cavalli ma solo un gruppetto di clown e qualche acrobata. L’assenza totale di musica e la presenza algida e apatica dell’esiguo pubblico pagante, ammanta la costruzione silenziosa dei sentimenti di un’aria triste e desolante. Se i drammi del cuore affrontano con gravità la ricerca di un senso compiuto, le scenette teatrali dei clown e l’estrosità di Vittorio (che ride quando gli altri non lo fanno e si intromette negli affari degli sconosciuti con picchi buffi di petulanza), temperano i tormenti interiori.
Vittorio è impacciato e ‘fuori tempo’ nell’avvicinamento a Kate; tra i due nasce però una strana complicità che li unisce e separa continuamente, in un ballo di emozioni sussurrate e mai vissute carnalmente. Lei è bloccata dai ricordi e vive imponendosi la sofferenza della rimozione di una parte di se stessa, quella legata al mondo del circo dov’è cresciuta.. Accetta le incombenze quotidiane del presente, pensa al futuro ma non vuole fermarsi a guardare indietro. Il ritorno al circo ‘ambulante’ la blocca in un luogo magico, dove la commistione tra creatività e gioia di vivere creano il posto ideale per pensare. Lo stesso accade a Vittorio, nomade anomalo che vede, prima nello spettacolo circense, poi in Kate, l’occasione di aggrapparsi alla vita.
Ore 10.45 – Fuori Concorso
The Informant! di Steven Soderbergh
Mais, bugie e intercettazioni
Soderbergh è bravissimo a donare al film un ritmo serrato, trasformando una storia fondamentalmente drammatica in una commedia divertente e al limite del surreale quasi fosse un film dei fratelli Coen.
Il cinema contemporaneo americano negli ultimi anni ha più volte dimostrato una fascinazione per storie vere che raccontino di adorabili truffatori, si pensi ad esempio a Prova a prendermi o al più recente I Love You Phillip Morris. Questo The Informant! di Steven Soderbergh (tratto da un saggio quasi omonimo, il regista aggiunge, non a caso, un punto esclamativo finale che ben si addice al tono della pellicola) segue questo fortunato filone raccontandoci la bizzarra storia di Mark Whitacre, un dirigente di una multinazionale agroalimentare che si trova (per colpa sua) coinvolto in una investigazione dell'FBI riguardante prima una fantomatica talpa che sta sabotando il lavoro di ricerca e poi i capi dell'azienda accusati di controllare i prezzi sul mercato internazionale della lisina, un additivo estratto dal mais usato in molteplici prodotti alimentari.
Nonostante la storia sia ambientata nello scorso decennio e nonostante i titoli di testa richiamino un capolavoro del cinema degli anni '70 come La conversazione di Coppola, sia la fotografia che la straordinaria colonna sonora richiamano lo stile delle commedie anni sessanta, facendoci capire da subito di trovarci sì davanti ad una spy story, ma quantmeno anomala, magari da non prendere troppo sul serio. Eppure l'argomento serio lo è certamente, ma Soderbergh è bravissimo a donare al film un ritmo serrato, trasformando una storia fondamentalmente drammatica (o quantomeno dalle moltiplici conseguenze drammatiche) in una commedia divertente e al limite del surreale quasi fosse un film dei fratelli Coen. Tanto che alla fine le bugie, gli equivoci e soprattutto la faccia tosta di Mark Whitacre finiscono con il contare ben più dei milioni di dollari rubati o degli anni d'investigazioni sprecati dall'FBI.
Ma nè Soderbergh nè il bravissimo Matt Damon (per l'occasione ingrassato di più di dieci chili) trasformano il protagonista in una macchietta: nonostante sia il mattatore assoluto della pellicola e non faccia altro che mentire per tutta la durata del film, Whitacre rimane un personaggio con cui è facile empatizzare, soprattutto grazie alla sua (auto)ironia e al suo contagioso ottimismo. Per molti forse sarà troppo poco, molti magari diranno che sarebbe stato meglio adottare un altro tono e parlare dell'ennesima truffa ai danni dei consumatori da parte delle coorporazioni, ma è anche vero che in tempo di crisi qualche risata non si rifiuta mai, soprattutto se accompagnata da un buon film.
Ore 14.30 – Fuori Concorso
Napoli Napoli Napoli di Abel Ferrara
Il docu-film Napoli, inferno visto da Abel Ferrara Il regista nato nel Bronx «indaga» sulla città: dalle detenute di Pozzuoli alla camorra
VENEZIA — Abel Ferrara arriva mezza giornata dopo il previsto per un ritardo aereo e all'incontro sul suo docu-film Napoli Napoli Napoli ha spedito i luogotenenti, attori e sceneggiatori con Peppe Lanzetta e Gaetano Di Vaio in testa. Sala grande piena (Abel Ferrara evoca rispetto malgrado le ultime prove), e dopo quasi due ore che si potevano sforbiciare, applausi che lavano la cattiva coscienza collettiva per ciò che non si fa. Ma per fortuna il suo spaccato della città non ha vittimismo da offrire, racconta la realtà per quella che è, col suo stile ruvido e sgradevole.
«Dire: poveretti, aiutiamoli è un concetto che non aiuta nessuno », racconta Di Vaio. Il produttore Gianluca Curti cita Paso¬lini e Francesco Rosi, poi dice che «non vuol essere un film di denuncia» e allora si torna al punto di partenza raccontando una Napoli dentro l'altra, si vive come in Africa con le esigenze di una metropoli occidentale. Il regista, nato nel Bronx con origini salernitane, aveva spiegato di essersi ispirato a Michael Moore. L'attore Luca Lionello: «E' una sorta di candid-camera, un personale punto di vista su qual¬cosa che non riguarda da vicino Abel». «Non sono estraneo — aveva detto Ferrara — al proble¬ma di cercare di sopravvivere in una città che cerca di reagire alla violenza, povertà e alla sovrabbondanza di arte, cultura e valore della famiglia; questo film non nasce da un'idea precisa ma dalla voglia di capire».
Il progetto si è allargato da quella che doveva essere un'inchiesta sul carcere femminile di Pozzuoli. Quelle giovani donne sdentate, dentro per spaccio o rapina, restano il leitmotiv di un Sud dove continua a dominare la figura maschile, uomini devoti e puttanieri, orchi che strangolano l'amico che ha tradito. E poi riecco le vele di Scampia, ballatoi e grovigli di scale, le mani libere sulle speculazioni edili-zie.
Abel Ferrara non c'è e non gli si può chiedere che cosa aggiunge di nuovo questa fotografia su una città che se ne va per i fatti suoi, dove la violenza cova come nel Vesuvio cova la lava. C'è l'accettazione fatale della camorra, schiavi di un sistema di sopraffazioni dove il bene e il male si sovrappongono; c'è la testimonianza di un giornalista che parla di etnie, della plebe intesa in senso medievale dove tutto è diverso: istituzioni, gerarchie, perfino la lingua: «Se parlano, io che sono napoletano non li capisco. Noi li chiamiamo Mao Mao». Il sindaco Jervolino semplifica che «non ci sono responsabilità istituzionali»; non c'è nulla da offrire ai giovani se non la possibilità di fuggire. Ma questo l'aveva già detto nel 1961 Raf-faele La Capria, Napoli ti ferisce a morte o ti addormenta.
Ore 18.00 – Orizzonti
Paraiso di Héctor Gálvez
Il documentarista peruviano Hector Galvez dirige un teen movie impastato di sangue e lacrime. Senza retorica, in Orizzonti
Il "Giardino del Paradiso" è un polveroso torrido agglomerato di baracche in una valle a pochi chilometri da Lima. Una terra senza speranza dalla quale un gruppo d'adolescenti cerca ogni giorno il modo di fuggire. Hector Galvez, documentarista, direttore della fotografia, sceneggiatore, esordisce nel lungometraggio con un teen movie impastato di sangue e di lacrime. Tra le bande rivali che si ammazzano ogni notte, i tetri ricordi, vicini e terribili, delle angherie e degli assassini dei "terroristi " e dei militari, l'inerzia degli adulti e l'inaccessibilità d'ogni speranza Mario, Sara, Antuaneta, Joaquin e Lalo trascorrono giorni tutti uguali in equilibrio precario tra la vita e la morte. Se l'utilizzo della luce e la partitura cromatica, la scrittura dei dialoghi e la direzione dei giovani attori dimostrano tutti una solida efficienza, è nella regolazione della distanza della macchina da presa rispetto agli interpreti che Galvez fonda la cifra migliore del suo stile sobrio, duro ed emozionante. Dal campo lungo sul gruppo di giovani riuniti insieme per l'inaugurazione della nuova baracca di Mario, al primissimo piano del volto incantato e rapito di Joaquin intento a osservare le acrobazie del trapezista del circo, la macchina trova sempre una posizione esatta, necessaria, muovendosi impercettibilmente, senza mai cercare l'effetto, la stoccata retorica o l'affondo sentimentale. Così, senza clamore, senza vieti escamotage narrativi, senza avvertimenti o sottolineature ciascun protagonista approda prima della fine a un suo temporaneo compimento. L'ultima inquadratura il regista la affida proprio a Joaquin, mentre si dirige, in cima al camion del circo abbracciato a una scimmietta, lontano dal suo paese, lontano da casa sua. Lontano dal Paradiso.


