mercoledì 9 settembre 2009

-08- Rivette, Soderbergh, Abel Ferrara e il film cocente di Gálvez

Ore 08.30 – Venezia 66
36 vues du Pic Saint-loup
di Jacques Rivette




Lo spettacolo del circo ambulante come luogo ideale per una rinascita esistenziale
Alla vigilia di una tournée estiva, il proprietario di un piccolo circo muore improvvisamente. Senza ormai speranza, i membri del circo decidono di rivolgersi alla figlia del proprietario, Kate, che lì aveva abbandonati circa quindi anni prima.
Dopo quindici anni di assenza, Kate ritorna al mondo circense, abbandonato da giovane dopo la tragedia di un grave incidente. Il padre, direttore del piccolo circo in tournée, è morto da poco tempo e gli acrobati rimasti, scioccati dalla perdita, devono fare i conti con l’insuccesso del loro spettacolo itinerante. Bloccati in un piccolo paesino alle porte di Parigi, cercano di riavvicinarsi lentamente a Kate. Durante la preparazione dei nuovi sketch, arriva Vittorio, misterioso viaggiatore italiano, che, affascinato dall’eccentricità del gruppo e dall’animo tormentato di Kate, decide di fermarsi per qualche tempo. L’incontro tra le due anime solitarie costringerà tutti a fermarsi e riflettere sui traumi del passato.
Rivette è ossessionato dal legame tra arte e vita. Dopo aver sviscerato il topos ne La bella scontrosa, enigmatica riflessione sulla pittura come sintesi intellettuale di creazione artistica e ricerca esistenziale, ora continua a srotolare quel filo, ambientando una nuova storia d’amore nel mondo del circo. Sceglie un piccolo tendone rudimentale, lo arricchisce di luci e colori e lo sveste del carattere esagerato da baraccone ambulante. Il non-luogo sospeso del circo viene così rappresentato nella sua essenzialità: non ci sono elefanti addestrati né tigri o cavalli ma solo un gruppetto di clown e qualche acrobata. L’assenza totale di musica e la presenza algida e apatica dell’esiguo pubblico pagante, ammanta la costruzione silenziosa dei sentimenti di un’aria triste e desolante. Se i drammi del cuore affrontano con gravità la ricerca di un senso compiuto, le scenette teatrali dei clown e l’estrosità di Vittorio (che ride quando gli altri non lo fanno e si intromette negli affari degli sconosciuti con picchi buffi di petulanza), temperano i tormenti interiori.
Vittorio è impacciato e ‘fuori tempo’ nell’avvicinamento a Kate; tra i due nasce però una strana complicità che li unisce e separa continuamente, in un ballo di emozioni sussurrate e mai vissute carnalmente. Lei è bloccata dai ricordi e vive imponendosi la sofferenza della rimozione di una parte di se stessa, quella legata al mondo del circo dov’è cresciuta.. Accetta le incombenze quotidiane del presente, pensa al futuro ma non vuole fermarsi a guardare indietro. Il ritorno al circo ‘ambulante’ la blocca in un luogo magico, dove la commistione tra creatività e gioia di vivere creano il posto ideale per pensare. Lo stesso accade a Vittorio, nomade anomalo che vede, prima nello spettacolo circense, poi in Kate, l’occasione di aggrapparsi alla vita.

Ore 10.45 – Fuori Concorso
The Informant! di Steven Soderbergh



Mais, bugie e intercettazioni
Soderbergh è bravissimo a donare al film un ritmo serrato, trasformando una storia fondamentalmente drammatica in una commedia divertente e al limite del surreale quasi fosse un film dei fratelli Coen.
Il cinema contemporaneo americano negli ultimi anni ha più volte dimostrato una fascinazione per storie vere che raccontino di adorabili truffatori, si pensi ad esempio a Prova a prendermi o al più recente I Love You Phillip Morris. Questo The Informant! di Steven Soderbergh (tratto da un saggio quasi omonimo, il regista aggiunge, non a caso, un punto esclamativo finale che ben si addice al tono della pellicola) segue questo fortunato filone raccontandoci la bizzarra storia di Mark Whitacre, un dirigente di una multinazionale agroalimentare che si trova (per colpa sua) coinvolto in una investigazione dell'FBI riguardante prima una fantomatica talpa che sta sabotando il lavoro di ricerca e poi i capi dell'azienda accusati di controllare i prezzi sul mercato internazionale della lisina, un additivo estratto dal mais usato in molteplici prodotti alimentari.

Nonostante la storia sia ambientata nello scorso decennio e nonostante i titoli di testa richiamino un capolavoro del cinema degli anni '70 come La conversazione di Coppola, sia la fotografia che la straordinaria colonna sonora richiamano lo stile delle commedie anni sessanta, facendoci capire da subito di trovarci sì davanti ad una spy story, ma quantmeno anomala, magari da non prendere troppo sul serio. Eppure l'argomento serio lo è certamente, ma Soderbergh è bravissimo a donare al film un ritmo serrato, trasformando una storia fondamentalmente drammatica (o quantomeno dalle moltiplici conseguenze drammatiche) in una commedia divertente e al limite del surreale quasi fosse un film dei fratelli Coen. Tanto che alla fine le bugie, gli equivoci e soprattutto la faccia tosta di Mark Whitacre finiscono con il contare ben più dei milioni di dollari rubati o degli anni d'investigazioni sprecati dall'FBI.

Ma nè Soderbergh nè il bravissimo Matt Damon (per l'occasione ingrassato di più di dieci chili) trasformano il protagonista in una macchietta: nonostante sia il mattatore assoluto della pellicola e non faccia altro che mentire per tutta la durata del film, Whitacre rimane un personaggio con cui è facile empatizzare, soprattutto grazie alla sua (auto)ironia e al suo contagioso ottimismo. Per molti forse sarà troppo poco, molti magari diranno che sarebbe stato meglio adottare un altro tono e parlare dell'ennesima truffa ai danni dei consumatori da parte delle coorporazioni, ma è anche vero che in tempo di crisi qualche risata non si rifiuta mai, soprattutto se accompagnata da un buon film.

Ore 14.30 – Fuori Concorso
Napoli Napoli Napoli
di Abel Ferrara




Il docu-film Napoli, inferno visto da Abel Ferrara Il regista nato nel Bronx «indaga» sulla città: dalle detenute di Pozzuoli alla camorra
VENEZIA — Abel Ferrara arriva mezza giornata dopo il previsto per un ritardo aereo e all'incontro sul suo docu-film Napoli Napoli Napoli ha spedito i luogotenenti, attori e sceneggiatori con Peppe Lanzetta e Gaetano Di Vaio in testa. Sala grande piena (Abel Ferrara evoca rispetto malgrado le ultime prove), e dopo quasi due ore che si potevano sforbiciare, applausi che lavano la cattiva coscienza collettiva per ciò che non si fa. Ma per fortuna il suo spaccato della città non ha vittimismo da offrire, racconta la realtà per quella che è, col suo stile ruvido e sgradevole.
«Dire: poveretti, aiutiamoli è un concetto che non aiuta nessuno », racconta Di Vaio. Il produttore Gianluca Curti cita Paso¬lini e Francesco Rosi, poi dice che «non vuol essere un film di denuncia» e allora si torna al punto di partenza raccontando una Napoli dentro l'altra, si vive come in Africa con le esigenze di una metropoli occidentale. Il regista, nato nel Bronx con origini salernitane, aveva spiegato di essersi ispirato a Michael Moore. L'attore Luca Lionello: «E' una sorta di candid-camera, un personale punto di vista su qual¬cosa che non riguarda da vicino Abel». «Non sono estraneo — aveva detto Ferrara — al proble¬ma di cercare di sopravvivere in una città che cerca di reagire alla violenza, povertà e alla sovrabbondanza di arte, cultura e valore della famiglia; questo film non nasce da un'idea precisa ma dalla voglia di capire».

Il progetto si è allargato da quella che doveva essere un'inchiesta sul carcere femminile di Pozzuoli. Quelle giovani donne sdentate, dentro per spaccio o rapina, restano il leitmotiv di un Sud dove continua a dominare la figura maschile, uomini devoti e puttanieri, orchi che strangolano l'amico che ha tradito. E poi riecco le vele di Scampia, ballatoi e grovigli di scale, le mani libere sulle speculazioni edili-zie.

Abel Ferrara non c'è e non gli si può chiedere che cosa aggiunge di nuovo questa fotografia su una città che se ne va per i fatti suoi, dove la violenza cova come nel Vesuvio cova la lava. C'è l'accettazione fatale della camorra, schiavi di un sistema di sopraffazioni dove il bene e il male si sovrappongono; c'è la testimonianza di un giornalista che parla di etnie, della plebe intesa in senso medievale dove tutto è diverso: istituzioni, gerarchie, perfino la lingua: «Se parlano, io che sono napoletano non li capisco. Noi li chiamiamo Mao Mao». Il sindaco Jervolino semplifica che «non ci sono responsabilità istituzionali»; non c'è nulla da offrire ai giovani se non la possibilità di fuggire. Ma questo l'aveva già detto nel 1961 Raf-faele La Capria, Napoli ti ferisce a morte o ti addormenta.

Ore 18.00 – Orizzonti
Paraiso
di Héctor Gálvez



Il documentarista peruviano Hector Galvez dirige un teen movie impastato di sangue e lacrime. Senza retorica, in Orizzonti
Il "Giardino del Paradiso" è un polveroso torrido agglomerato di baracche in una valle a pochi chilometri da Lima. Una terra senza speranza dalla quale un gruppo d'adolescenti cerca ogni giorno il modo di fuggire. Hector Galvez, documentarista, direttore della fotografia, sceneggiatore, esordisce nel lungometraggio con un teen movie impastato di sangue e di lacrime. Tra le bande rivali che si ammazzano ogni notte, i tetri ricordi, vicini e terribili, delle angherie e degli assassini dei "terroristi " e dei militari, l'inerzia degli adulti e l'inaccessibilità d'ogni speranza Mario, Sara, Antuaneta, Joaquin e Lalo trascorrono giorni tutti uguali in equilibrio precario tra la vita e la morte. Se l'utilizzo della luce e la partitura cromatica, la scrittura dei dialoghi e la direzione dei giovani attori dimostrano tutti una solida efficienza, è nella regolazione della distanza della macchina da presa rispetto agli interpreti che Galvez fonda la cifra migliore del suo stile sobrio, duro ed emozionante. Dal campo lungo sul gruppo di giovani riuniti insieme per l'inaugurazione della nuova baracca di Mario, al primissimo piano del volto incantato e rapito di Joaquin intento a osservare le acrobazie del trapezista del circo, la macchina trova sempre una posizione esatta, necessaria, muovendosi impercettibilmente, senza mai cercare l'effetto, la stoccata retorica o l'affondo sentimentale. Così, senza clamore, senza vieti escamotage narrativi, senza avvertimenti o sottolineature ciascun protagonista approda prima della fine a un suo temporaneo compimento. L'ultima inquadratura il regista la affida proprio a Joaquin, mentre si dirige, in cima al camion del circo abbracciato a una scimmietta, lontano dal suo paese, lontano da casa sua. Lontano dal Paradiso.


-07- Habemus Pannello!!

Un pannello informativo + posti disponibili per gli accreditati è stato esposto lungo la corsia di accesso della Sala Grande : lassù qualcuno ci ama spèremo!

Ore 14.00 – Settimana della Critica

Det enda rationella
di Jörgen Bergmark



Cinquantenni in crisi matrimoniale, tra passione e razionalità
Il cinquantenne Erland vive in una cittadina industriale, lavora nella locale cartiera e conduce, insieme alla moglie May, un seminario di discussione sui problemi matrimoniali nella chiesa pentecostale. Tutto fila liscio finché il suo miglior amico Sven-Erik non gli presenta la moglie Karin a una festa. Tra Erland e Karin scoppia una attrazione fatale e la situazione ben presto diventa insostenibile. Allora Erland propone una “soluzione razionale”: affrontare la crisi tutti insieme, andando a vivere nella stessa casa e creando una sorta di comune provvisoria retta con precise, e un po’ stravaganti, regole di comportamento.
Fedeltà, adulterio, tradimento, sesso, amore: la tranquilla routine casa-famiglia-lavoro-sauna di due coppie svedesi di amici cinquantenni è sconvolta dallo scoppio della passione tra Erland e la prosperosa e affascinante Karin, moglie dell’amico e collega Sven-Erik. Erland, abituato ad affrontare e risolvere i conflitti matrimoniali degli altri durante i seminari che conduce nella chiesa della cittadina, crede di poter risolvere anche questa complicata situazione sentimentale con una soluzione “razionale”: condividere tutti insieme la quotidianità, condividere il letto con la sua amante, mentre l’amico Sven-Erik e la moglie May a malincuore si fanno da parte, in attesa che la passione scemi e tutto possa tornare come prima.
Il tradimento va però maneggiato con cura: l’apparente pensiero progressista e moderno dei quattro protagonisti cela atteggiamenti bacchettoni. Non solo: la convivenza forzata scandita dal decalogo affisso al pensile della cucina, fa emergere il peggio di ognuno. Giorno dopo giorno Erland mette a nudo il suo lato più egoista e opportunista, Karin è incapace di affrontare la palpabile e silente sofferenza del marito Sven-Erik, May usa le parole come armi taglienti mascherate da atti di forzata cortesia per ferire i nuovi ospiti che hanno invaso la sua casa. Rabbia, frustrazione, disperazione, rassegnazione, fuga: non manca nulla nel campionario messo in scena da Jörgen Bergmark, regista svedese qui al suo lungometraggio di esordio. Un film che riflette sugli istinti, sulla crisi della mezza età, su corpi invecchiati alla ricerca della giovinezza e della passione fisica e non trascura le ipocrisie di una società i cui rigidi principi si disgregano nello spazio di un furtivo amplesso consumato nel parcheggio di un supermarket. Bergmark dà un ritmo teatrale alle sue scene da due matrimoni, giocando sulla tragedia che assume toni comici e quasi surreali e tiene alta l’attenzione dello spettatore in attesa di sapere quale siano gli esiti della curiosa “soluzione” razionale. Alla fine di razionale non resterà nulla, se non due coppie che si trasformano in quattro individui, costretti a fare i conti con una nuova solitudine. Ore 17.15 – Fuori Concorso
South of the Border di Oliver Stone



Stone racconta il neobolivarismo. Dal Venezuela all'Ecuador, un incontro con i presidenti del popolo, definiti "La rivincita del Che". Fuori concorso
“Spero di vedere prima della fine di questa vita la fine del capitalismo rapace”. Parole di Oliver Stone a L’Avana. Stacco. “Obama potrebbe essere il nuovo Roosevelt”. Parole di Hugo Chavez. Stacco. Il discorso di celebrazione della vittoria del nuovo presidente americano. Siamo nei minuti finali di South of the Border, e lo schema è esattamente lo stesso della “chiamata alle armi” conclusiva di Capitalism: A Love Story di Michael Moore, amico del regista di Platoon (qui a Venezia sono stati a pranzo, e poi in sala insieme). Segno di un’unità di intenti e di intelletti, forse, ma soprattutto simbolo di un cambiamento reale che fa pensare che la rivoluzione sociale e politica in atto in Nord America non sia solo l’ennesimo sogno americano che si trasforma in incubo. Ma se Moore viaggia nell’America più o meno profonda, Stone prende l’aereo e va in Sud America, per incontrare i presidenti neobolivaristi che stanno cambiando la storia, l’economia, i rapporti di potere di quel continente. Come sei anni fa dedicò ben due bei documentari a Fidel Castro (Comandante e Looking for Fidel), ora, in un sequel ideale e idealistico, riparte dal suo erede, Hugo Chavez, per scoprire la sua verità sui pericolosi capi di governo a sud del Messico che tanto preoccupano analisti e neocon a stelle e strisce. Parte dal venezuelano, tracciando una storia del suo paese e della sua carriera politica degli ultimi 20 anni, per capire se (e come) è un dittatore, se davvero è un pericolo, per l’America e il suo paese, come è stato ostacolato e attaccato dall’amministrazione Bush. Rispetto agli ironici pamphlet di Moore, lui sceglie un’impostazione altrettanto empatica - forte la scena in cui i due, in quanto ex soldati, trovano un legame emotivo - ma forse più solida storicamente e analiticamente. Facciamo insieme a lui migliaia di chilometri, per trovare Evo Morales in Bolivia, coltivatore di coca (le foglie, non la polverina come la propaganda statunitense ama sostenere), Fernando Lugo in Paraguay, vescovo (torturato dal regime precedente come molti leader del neobolivarismo democratico) che crede nella teologia della liberazione, il giovane e sfacciato Correa in Ecuador che ha esordito con una geniale risposta ai “nemici”: “volete mantenere la vostra base militare in Ecuador? Bene, allora fatene installare una ecuadoregna a Miami!”. E ancora i coniugi Kirchner in Argentina, il sindacalista Lula, il Sud America che sogna un solo parlamento e una sola valuta si mostra nel suo coraggio e nei suoi ultimi anni di progresso e di lotta (di un certo successo) contro la povertà. Tra momenti goliardici (i palleggi calcistici tra Morales e Stone) e discorsi serissimi ecco i nuovi eroi della Revoluciòn, coloro che vengono definiti “La rivincita del Che”. Chi più chi meno, hanno tagliato i ponti con l’FMI e le multinazionali Usa, hanno riformato i paesi a favore dei più deboli, cercano una terza via rispetto a ciò che nel secolo scorso ha fallito. Una riflessione profonda, importante, necessaria. Applausi scroscianti, durante e dopo la proiezione, e la voglia e la speranza di un mondo diverso e possibile un po’ più viva.

Abel Ferrara: Napoli Napoli Napoli

Documentario, girato in digitale, intervallato da sprazzi di fiction su degrado, desolazione e malavita a Napoli.
Le testimonianze di giornalisti, istituzioni locali e delle detenute della Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli ("involontariamente" spassose) fanno da contraltare a storie di spaccio, prostituzione, vizio ed omicidio.
Ferrara è abile a mettere insieme i pezzi senza annoiare e senza cadere nel patetico, seppure con qualche lungaggine nel finale, in particolar modo nelle scene recitate - troppo fuori tema e apparentemente artefatte e improvvisate - che potevano non essere inserite poiché sminuiscono il fine informativo dell'opera.
Promosso, ma con riserva.

Piccolo appunto gossipparo: Abel Ferrara ha perso l'aereo e gli spettatori in Sala Grande (come la sottoscritta) che l'attendevano sono rimasti un attimino delusi. Müller in persona ha detto che ci sarà una proiezione speciale domani alle 12.30. Sarà vero? Ma soprattutto, sarà di nuovo aperto il botteghino? Lo scopriremo.

Marta Gabrieli

lunedì 7 settembre 2009

-06- Disney-Pixar Day (e altro…)





George Lucas consegna il Leone d'oro alla carriera a John Lasseter
(Virginia Farneti/LaPresse)


Ore 14.00 – Settimana della Critica

Good Morning Aman di Claudio Noce


Fotografia di Michele D'Attanasio

Il cortista Claudio Noce porta alla SIC malessere e identità trasversali. Un ottimo esordio, con Mastandrea in gran forma Due storie uguali e contrarie, quelle di Aman (Said Sabrie), teenager di origine somala, e del romano Teddy (Valerio Mastandrea), ex pugile 40enne, unite dalla ricerca dell’identità, un’identità trasversale. Per entrambi, si tratta di un romanzo di formazione: crescita verso la vita per Aman, crescita verso la morte per Teddy, in un intreccio di esistenze, corpi e parole supportato da una palese, e ambiziosa, volontà di stile. Immigrazione senza “sfiga”, insonnia multiculturale e una nausea che decenni dopo Sartre è ancora più invasiva e nonsense: tutto questo, incredibile e vero, in un film italiano, l’opera prima del premiato cortista Claudio Noce, Good Morning Aman, in concorso alla Settimana della Critica e poi in sala con Cinecittà Luce. Radicalizzando poetica e stile di Vicari sotto il faro di Cassavetes, il 34enne regista costruisce un viaggio al termine della notte nei dintorni di Piazza Vittorio, incrociando le derive di Valerio Mastandrea – mai così bravo – e del protagonista Said Sabrie, somalo de Roma. Noce (si) concede qualche sbavatura, mette troppa musica e nella seconda parte allarga il campo perdendo in definizione, ma non si nasconde e ritrae il malessere globale senza se razziali e senza ma generazionali. Firmando una delle opere prime, se non l'opera prima, più importanti degli ultimi anni. Buongiorno Italia, c'è vita dentro te Ci sono piccole ingenuità e difetti macroscopici in quest'opera che ci negano il gusto di gridare alla nascita di un grande autore, ma la sua freschezza e la frequenza con cui riesce a fare delle immagini una violenta poesia metropolitana lascia ben sperare per il futuro.
Arriva dalla Settimana della critica la prima vera sorpresa italiana di questa sessantaseiesima Mostra del cinema di Venezia, un esordio brillantemente articolato in termini narrativi e dallo stile visivo potente, che ha la capacità di crescere sempre di più durante il suo dispiegarsi. Good Morning Aman parte infatti male, molto male: il protagonista si presenta agli spettatori con una voce off da dj, poi la regia comincia a seguirlo ostentando un'estrosità piuttosto fastidiosa. Tutto cambia nel giro di poche sequenze, quando Aman, un giovane somalo cresciuto a Roma, comincia a vagare per le vie della capitale, in una città multietnica nei numeri ma in cui si stenta ancora a realizzare l'integrazione. Vedendo un invisibile promosso a protagonista di un film italiano, si teme una classica e retorica storia di discriminazione razziale, ma ci si ritrova lentamente immersi nel toccante racconto di un'amicizia tra due solitudini rappresentanti due mondi totalmente diversi.
Con l'entrata in scena di un tormentato Valerio Mastandrea nei panni di un ex-pugile che ha perso il gusto della vita per una tragedia nel passato di cui ancora non sa scontare la colpa, il film chiarisce le sue intenzioni, rivelando una profondità e una ricchezza a livello di scrittura davvero inusuale nel panorama del cinema italiano. Evitando la trappola dell'opera ombelicale, Claudio Noce esordisce dietro la macchina da presa con una sceneggiatura scritta a più mani, tra le quali le sue, che si muove su più livelli e dà grande libertà allo sguardo del regista di posarsi su personaggi e ambienti in maniera personale che per una volta s'allontana dalla mediocrità della cinefiction nostrana. Noce gioca col fuoco, fa parlare soprattutto i volti variando continuamente la messa a fuoco, educando il nostro sguardo a quello che si vede e quello che si dovrebbe vedere, spesso però gratuitamente. Digerendo il suo stile si rischia seriamente di trovarlo geniale. E' molto interessante la struttura di Good Morning Aman che si concentra separatamente su due personaggi non facili da amare per lo spettatore, per motivi diversi. Poi li coglie insieme nelle lotte e negli abbracci, in un tenero ma virile rapporto da cui le rispettive solitudini cercano di trarre sollievo. Il loro si configura quindi come un viaggio, l'uno dentro l'altro, ognuno dentro sé stesso: Aman è incapace di mostrare una qualsiasi reazione, anche quando provocato; Teodoro deve fare i conti con un passato che l'ha allontanato dal mondo esterno. La vita per quest'ultimo è una faccenda che riguarda un altrove inafferrabile, come spiega il dipinto in cui perde spesso lo sguardo: un uomo di spalle in piedi su una montagna. Noce si muove in una Roma che oggi sarebbe tanto cara a Pasolini, tra Piazza Vittorio e Corviale, con il terribile "Serpentone" che fa da sfondo al degrado dell'anima della città. Il film torna a perdersi verso il finale, un vero capolavoro in termini di montaggio ma eccessivo nella sua produzione di senso, sfiorando il risibile. Lo script ha però l'intuizione di confondere, sminuzzando la realtà nell'immaginazione. Ci sono piccole ingenuità e difetti macroscopici in quest'opera che ci negano il gusto di gridare alla nascita di un grande autore, ma la sua freschezza e la frequenza con cui riesce a fare delle immagini una poesia metropolitana lascia ben sperare per il futuro. A tanta vicinanza fisica coi personaggi corrisponde in realtà una lontananza emotiva altamente irritante. La storia di due anime sole e a disagio col mondo in cui si trovano a vivere è infatti affrontata in maniera gelida e confusa, ed il film di Noce è ancor più irritante se le ambizioni e le attese erano così alte.
È ufficiale: la 66. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si scopre morbosamente ossessionata dall’uso permanente ed ossessivo della macchina a mano che, coi suoi movimenti discontinui ed irregolari, bracca costantemente l’esistenza dei propri protagonisti. Dalla Spagna di Rec 2, passando poi per la Svezia di “Apan”, infatti, il movimento tanto caro al documentario prende di petto anche l’Italia con uno dei film di punta della Settimana Internazionale della Critica e dello stesso Festival, l’atteso Good Morning Aman dell’esordiente regista romano Claudio Noce.
Aman, diciannovenne italiano di origine somala, incrocia in maniera inaspettata la vita di Teodoro, ex pugile romano di quarant’anni intrappolato nelle sue colpe e in un passato da espiare. Il loro diventerà un rapporto complice, stabile, necessario. Ormai sembra che la sperimentazione formale debba per forza passare per la sopracitata scelta registica, correndo in realtà il rischio di risultare ridondante, chiudersi ed essere fine a se stessa. Ma i movimenti bruschi, rapidi, invasivi e per nulla intimoriti che danno forma a Good Morning Aman, acquistano presto una nuova e propria potenza perché supportati da grande curiosità, attrazione e rispetto per l’animo, la vita ed il pensiero dei propri personaggi, che si convertono in un martellante utilizzo di primissimi piani e dettagli (raro poi che ci si imbatta in inquadrature che vadano al di sotto della mezza figura). La struttura drammaturgica del film di Noce, inoltre, viaggia su due registri distinti, che vanno dal momento di estremo e solido realismo a quello in cui si è portati all’interno di un universo surreale, quello svelato dal continuo flusso mentale di Aman: proprio l’approccio visivo ed il linguaggio del film tengono conto di tale cifra stilistica. Peccato che dal punto di vista contenutistico la storia di due anime sole e a disagio col mondo in cui si trovano a vivere (e nel quale cercano comunque ossessivamente un posto, il proprio posto) sia affrontata così gelidamente e confusamente. A tanta vicinanza fisica coi personaggi corrisponde in realtà una lontananza emotiva altamente irritante. Ancor di più se le ambizioni e le attese erano così alte. Ore 17.30 - Giornate degli Autori
Di me cosa ne sai (2008) di Valerio Jalongo


Fino agli anni Settanta il cinema italiano dominava la scena internazionale, arrivando perfino a fare concorrenza a Hollywood. Poi, nel volgere di pochi anni, il rapido declino, la fuga dei nostri maggiori produttori, la crisi dei grandi registi-autori, il crollo della produzione. Ma quali sono le vere cause e le circostanze di questo declino? Nel cercare di dare una risposta a questa domanda, Di me cosa ne sai tenta di raccontare questa grande mutazione culturale. Iniziato come un’amorosa indagine sul cinema italiano, Di me cosa ne sai diventa così un docu-drama che alterna testimonianze dei protagonisti di allora a frammenti della vita culturale e politica degli ultimi trent’anni: un diario di viaggio che racconta l’Italia da nord a sud, attraverso sale cinematografiche e ragazzini teledipendenti, Berlusconi e Fellini, centri commerciali e direttori di telegiornale, storie di esercenti appassionati e registi che lottano per i propri film, testimonianze di proiezionisti girovaghi e di grandi registi europei.



“Sarebbe possibile oggi ‘Salò’?”. Non è un revisionista nostalgico a parlare, ma Bernardo Bertolucci. Domanda retorica e Valerio Jalongo lo sa bene, le immagini dell’ultimo capolavoro di Pasolini, stupende e atroci, sono il viatico a ottanta minuti di cronistoria critica della cultura dell’immagine in Italia, attorno alla grottesca vicenda del regista Felice Farina, Don Chisciotte idealista e nichilista. Un bel documentario d’arte e politica, di immagini e dati, di interviste e deduzioni fuori campo, di tv e cinema, che nel 1949 riempiva una piazza con la sua protesta, e ora “solo” un teatro. E di Fellini che combatte Berlusconi, sostenuto da un giovane Veltroni e il PCI, con lo slogan “Non si spezza una storia, non si interrompe un’emozione”. Già, si stava meglio quando si stava peggio. O forse eravamo solo migliori noi.

-05- Lourdes di Jessica Hausner convince tutti!



Ore 08.30 – Venezia 66

Bad Lieutenant: Port of Call di Werner
Herzog





La prima bella sorpresa arriva dalla trentasettenne Jessica Hausner
Werner piatto, confronti impossibili La delusione: per «Bad Lieutenant» una regia scolastica che fa rimpiangere l’originale di Abel Ferrara


La prima, bella sorpresa della Mostra viene da una regista non proprio conosciutissima (ma i cui due precedenti lungometraggi, Lovely Rita e Hotel, avevano attirato l'attenzione del «Certain regard» di Cannes), la trentasettenne Jessica Hausner, che con Lourdes racconta il pellegrinaggio nella città pirenaica di un gruppo di malati. Tra di loro, c'è la giovane Christine (Sylvie Testud), bloccata su una carrozzella da una sclerosi che le permette di muovere soltanto la testa. Ma l'obiettivo della regista non si fissa solo su di lei: dedica altrettanto spazio e tempo alle giovani accompagnatrici dell'Ordine di Malta, agli altri malati, alle piccole ritualità quotidiane che scandiscono i giorni di permanenza al santuario. E lo fa con un occhio che sarebbe fuori luogo chiamare «laico» ma che è certamente «oggettivo» ed equidistante da spiritualità e scetticismo. Se scatta il sorriso è perché quello che si vede può essere letto anche in maniera ironica (certe istruzioni e certi rituali aspettando il proprio turno alla grotta o alla fonte, i comportamenti di chi vuole in qualche modo esorcizzare l'incombente presenza della malattia e della morte, i discorsi su miracoli passati o presunti) ma tutto potrebbe offrirsi anche a una lettura opposta. Proprio come succede alla protagonista quando viene «miracolata»: è lei la prima ad avere dei dubbi, a temere per una possibile recrudescenza della paralisi, a subire gli sguardi invidiosi degli altri malati. In questo modo il film racconta sì un miracolo ma evita in tutti i modi di spiegarlo (la protagonista non sembra neppure particolarmente credente) facendo tornare alla mente quello spirito dissacrante ma insieme ambiguo e un po' sorpreso che Buñuel aveva portato a vette eccelse e che Jessica Hausner sembra in grado di ritrovare di nuovo.

Chi invece non sembra all'altezza del suo nome è il «cattivo tenente» che Werner Herzog ha portato in concorso al Lido (
Bad Lieutenant. Port of Call: New Orleans). Le polemiche sul possibile o impossibile remake del Cattivo tenente di Ferrara si sono dissolte dopo le prime scene: tanto il film con Harvey Keitel era cupo e sgradevole affrontando con la massima radicalità i temi della colpa e del perdono (il protagonista entrava in crisi quando una suora perdonava i propri violentatori), così il film di Herzog è piatto e scolastico, raccontando la vita non certo esemplare di un tenente della polizia di New Orleans (Nicolas Cage, ingessato e stralunato), strafatto di cocaina, che «protegge» una prostituta (Eva Mendes, molto più bella altrove) e che sul lavoro non sembra avere dubbi morali né angosce esistenziali. La mano di Herzog si può trovare in qualche piccolo inserto animalesco (l'incidente stradale con un coccodrillo, l'apparizione di due iguane, il finale davanti all'acquario) ma il resto dà l'impressione di una regia solo alimentare. Terzo film in concorso della giornata il cino-taiwanese Lei wangzi (Il principe delle lacrime) di Yonfan che ricostruisce gli anni del «terrore bianco» a Taiwan (tra il '50 e il '54) quando la paura del comunismo sembrava autorizzare delazioni e esecuzioni in massa. Ne fa le spese anche la famiglia di due bambine, di cui seguiamo per due ore l'ingresso precoce nell'età della consapevolezza e la scoperta che nessuno può dirsi davvero «buono». Il tutto filmato con uno stile prevedibilmente «poetico» e un ritmo forzosamente dilatato. Un film corretto, certo, ma di cui si fatica a capire il senso nel concorso veneziano.

Ore 11.00 – Controcampo Italiano

Sputnik 5 (corto)
Cosmonauta
di Susanna Nicchiarelli



Scritto dalla regista con Teresa Ciabatti, il film ha il merito di non esibire un sentimento nostalgico ma, nella sua dichiarata uniformità, lascia emergere un bel ritratto adolescenziale dove la rabbia della protagonista ricorda quella di un certo cinema di Claude Miller. Forse anche per questo suscita una spontanea simpatia
Suscita una spontanea simpatia un film come
Cosmonauta. E ciò avviene con naturalezza, proprio perché non ci sono ammiccamenti o furbizie autoriali. Anzi, da un punto di vista visivo, lo sguardo della Nicchiarelli (che ha scritto il film con Teresa Ciabatti ed interpreta anche il ruolo di Marisa) è trasparente, quasi dimesso. Per certi aspetti questo debutto possiede quell’attraente umiltà di certi debutti del cinema italiano dalla seconda metà degli anni ’80 in poi come, per esempio, quelli di Giuseppe Piccioni (Il grande blek) e Leone Pompucci (Mille bolle blu). Il film comincia nel 1957 quando la cagnetta Laika è stata appena mandata nello spazio dai sovietici. Luciana ha 9 anni ed è appena scappata dalla chiesa poco prima di fare la comunione. Nel 1963, a 15 anni, è entrata a far parte della sezione locale della FIGC che frequentava suo padre. La passione politica gliel’ha trasmessa il fratello maggiore Arturo, un ragazzo bizzarro che soffre di epilessia ed è appassionato di Unione Sovietica. Quella di Cosmonauta è fuga indietro nel tempo. Si avvertono in modo netto i segni della ricostruzione (la sezione comunista del Trullo). Anzi, appaiono così evidenti da apparire quasi esibiti. Eppure in questa visione d’epoca la nostalgia non viene imposta ma si accumula attraverso residui (ritagli di giornali, frammenti con le immagini del viaggio nello spazio e una colonna sonora che comprende successi come, per esempio, Cuore matto, Nessuno mi può giudicare, E la pioggia che va, e Io che amo solo te. Non ha grossi slanci Cosmonauta ma probabilmente non li vuole neanche avere. C’è solo il desiderio di raccontare una storia. E in questo primo lungometraggio di finzione della regista (che precedentemente aveva realizzato cortometraggi e documentari tra cui Il terzo occhio e L’ultima sentinella) sono presenti delle vibrazioni sentimentali autentiche. Gli squardi tra Luciana e il ragazzo della sezione hanno la stessa spontanea intensità di Notte prima degli esami. Emergono i suoi desideri, la sua vergogna, e soprattutto la sua rabbia in uno dei frangenti più riusciti del film quando insulta il fratello facendolo scappare e quando è isolata a scuola. Lì sembra uscita da quelle inquietudini adolescenziali del miglior cinema di Claude Miller da L’éffrontée a La piccola ladra. E forse la Nicchiarelli è troppo discreta per dirlo ma nelle corse della giovane protagonista - dove emerge Miriana Raschillà in un cast dove è ben contornata, tra gli altri dai bravi Sergio Rubini, Angelo Orlando e Claudia Pandolfi – e nei suoi sguardi verso il cielo forse a volte pulsa il cuore di Antoine Doinel.

Ore 24.00 – Venezia 66
Tetsuo: The Bullet Man di Shinya Tsukamoto



Tsukamoto mette la parola fine all'epopea dell'uomo/macchina: in Concorso, apocalittico e con qualche passaggio a vuoto.
Distrutto per l'omicidio del suo piccolo bambino, un uomo d'affari americano a Tokyo (Eric Bossick) non riesce più a controllare la rabbia, repressa nel corso di un'intera esistenza, e poco a poco si trasforma in una mostruosa macchina di morte: vapore e olio, fibre muscolari che diventano letali armi metalliche, esplosione a raffica di pallottole, un
bullet man... Scoprirà poco più avanti - anche grazie ad un misterioso e pericoloso sconosciuto (Tsukamoto) - che l'ibridazione non è casuale, ma conseguenza di alcuni esperimenti condotti anni prima dal padre, scienziato coinvolto con le forze armate USA nel Giappone del dopoguerra nel progetto "Tetsuo". Diciassette anni (e una decina di film) dopo Tetsuo II: Body Hammer, Shinya Tsukamoto porta in Concorso "l'ultimo capitolo della storia sul ferro": né sequel, né remake, Tetsuo: The Bullet Man (primo film in lingua inglese del regista nipponico) mette con buona probabilità la parola fine al "progetto" (cinematografico) Tetsuo, che nel 1988 tracciò le linee guida di un linguaggio e di un'estetica inconfondibili: la mutazione della carne, la sinfonia metallica industriale e urbana (che probabilmente sarebbe piaciuta a Walter Ruttmann), contrappuntata dall'elettronica martellante di Chu Ishikawa, per il consueto manifesto di un cineasta totale (al solito, anche sceneggiatore, direttore della fotografia, montatore e scenografo), demiurgo che implora la sua stessa creatura di ucciderlo: è questa la svolta definitiva di The Bullet Man, che riflette violentemente sulla dicotomia tra "la perfetta evoluzione dell'essere umano" (indistruttibile androide, nuova potenziale arma di distruzione di massa) e quel poco di cuore (e sangue non contaminato) che gli è rimasto. Non il suo film migliore (che rimane Tokyo Fist, insieme ad A Snake of June), in alcuni passaggi appesantito da didascalie tutto sommato inutili, ma Tsukamoto - con inserti di videoarte straordinari - dimostra una volta di più quanto gli "insostenibili" ritmi digitali ed elettronici coincidono con le mutazioni fisico/sensoriali della fruizione cinematografica. Apocalittico, (mai) integrato.


sabato 5 settembre 2009

Roman Paska e John Turturro: "Prove per una tragedia siciliana"

[recensione a cura di Marta Gabrieli]

Il film-"documentario" ha come fulcro il desiderio di John Turturro di realizzare un film su un burattinaio (puparo) siciliano. Durante le sue ricerche incontra e intervista, fra tanti personaggi, Andrea Camilleri, l'attore Vincenzo Pirrotta, il puparo Mimmo Cuticchio. Tutti stanno al gioco, interpretando (se così si può dire) se stessi in un tentativo di rievocare la storia e le tradizioni siciliane, anche raccontando la storia dell'Orlando Furioso, la quale funge da mediatore tra spunti di riflessione, qualche sorriso e intervalli recitativi interpretati da Donatella Finocchiaro, lo stesso Pirrotta e di alcune ragazzine del posto.
Questo breve simpatico (finto?) documentario regala un affettuoso e sentito omaggio alla Sicilia e alle origini dell'attore italoamericano.
Molte cose sono invece ripetitive (frasi, scene, concetti) e sfiorano il patetico e il buonista. Senza infamia e senza lode, giusto per passare un'oretta senza troppi pensieri.

-4- Andrzej Wajda e (il nostro) Francesco Pasinetti

Katyn: una splendida, intensa, ineccepibile pagina d’autore tratta dall’atroce libro di Storia.
(film in programmazione su Sky!)

Ore 11.00 – Eventi collaterali
Katyn (2007) di Andrzej Wajda (Nastro Europeo del Ventennale)



Katyn è uno dei nomi più difficili della storia polacca del novecento. E’ un bosco nell’attuale Bielorussia in cui furono massacrati dall’esercito sovietico dell’armata rossa più di 20.000 ufficiali polacchi. Questo assassinio di massa ebbe una serie di conseguenze a breve e a lungo termine che influenzarono la storia della Polonia fino ai giorni nostri. L’ordine di morte (firmato dal direttore dei servizi segreti russi Lavrentij Beria il 5 marzo 1940) aveva un scopo molto preciso: l’eliminazione dell’intellighenzia sovietica. Gli ufficiali polacchi erano l’elite intellettuale della Polonia a cavallo tra le due guerre: erano medici, ingegnere, avvocati e professori. Erano in un certo senso gli eredi della vecchia nobiltà di sangue, le forze sulle quali si basava il presente e il futuro della Polonia. In questo i sovietici non furono diversi dai nazisti, che per esempio deportarono e uccisero tutti i professori dell’università Jagellonica di Cracovia (nell’ideologia nazista gli "schiavi polacchi" non dovevano avere accesso all’educazione superiore). Il rinvenimento da parte dei nazisti delle fosse comuni di Katyn nel 1943 di fatto provocò una spaccatura fra le forze di resistenza presenti in Polonia, una che rispondeva al governo della II Repubblica in esilio a Londra e la seconda che invece si riconosceva negli "amici sovietici" che pure avevano invaso il paese nel 1939. Dopo la nascita della Polonia socialista la parola Katyn divenne un taboo. Tutti sapevano di chi fosse stata la responsabilità ma nessuno poteva mettere in discussione la vulgata ufficiale che faceva ricadere la responsabilità di quelle morti sui tedeschi. Riporta Adam Michnik che i redattori dell’enciclopedia polacca piuttosto che mentire preferirono non inserire la voce "Katyn" nella loro opera. Segno di resistenza per sottrazione, un silenzio pesante come un macigno. Andrzej Wajda, regista polacco tra i più prolifici e attivo fin dagli anni ’50, firma l’adattamento del romanzo Post Mortem di Andrzej Mularski anche per mettere a tacere alcuni fantasmi personali. Il padre fu ucciso probabilmente dalle truppe sovietiche (anche se non a Katyn) e sua madre dovette vivere a lungo sopportando il peso di quella menzogna ufficiale. Katyn si può idealmente dividere in due parti: una parte ambientata durante la guerra e una seconda sezione che mostra le conseguenze civili e sociali della Katyn come strumento ideologico sovietico. Wajda si richiama alla sua tradizione cinematografica con le sue numerose ascendenze al romanticismo polacco. Emblematica (e forse abbastanza trita) l’immagine del Cristo coperto dal cappotto dell’ufficiale. Durante l’800, secolo in cui scomparve dalle carte dell’Europa, la Polonia era nota come "Cristo delle nazioni", termine tornato ricorrente durante l’ultima spartizione russo-tedesca. Al di là del destino degli ufficiali viene data grande rilevanza all’attesa e al destino di chi in quegli anni difficili attese vanamente a casa il ritorno dei propri cari e alle conseguenze del loro atteggiamento nei confronti della versione sovietica dei fatti. Risulta a tratti troppo dura la colpevolizzazione di chi preferì accettare la versione ufficiale per continuare a vivere. Questa condanna è tra l’altro tuttaltro che innocua per la Polonia di oggi. Bisogna ricordare infatti che negli ultimi anni è stato avviato dai Kaczynski un processo di epurazione nei confronti di chi durante gli anni del comunismo poteva considerarsi anche vagamente colluso con il potere allora vigente (in Italia si è occupato con grande sottigliezza di tale questione Paolo Morawski). Non è un caso che l’allora Presidente Kaczynski abbia auspicato proiezioni scolastiche obbligatorie di questa pellicola. Lascia inoltre perplessi la caparbietà con cui vengono mostrate le morti degli ufficiali al termine di Katyn, esecuzioni che possono stare alla pari con lo Schindler’s list spielberghiano come crudezza di esposizione. Katyn è comunque un lavoro impeccabile sia dal punto di vista della regia che dell’interpretazione, anche se un pò freddo e "a tesi" nell’esposizione. E’ comunque fondamentale che si parli di questa oscura pagina della storia recente, anche se è auspicabile che questo non diventi IL film su Katyn. La frase: "Cannoni, artiglieria, li puoi sostituire. Ventimila ufficiali educati e addestrati non sono rimpiazzabili". FINALMENTE KATYN ESCE ANCHE A MILANO
LETTERA APERTA ALLA STAMPA ITALIANA DA MARIO MAZZAROTTO, AMMINISTRATORE UNICO DI MOVIMENTO FILM, LA SOCIETÀ CHE DISTRIBUISCE IL FILM IN ITALIA

Sono ormai note le vicende relative alla distribuzione italiana di Katyn di Andrzej Wajda. Il film del maestro polacco sulla strage di Katyn ha subito in Italia un incredibile boicottaggio di mercato, che non gli ha permesso di circolare regolarmente in alcune delle principali città italiane ed in particolare nel capoluogo lombardo. Katyn è uscito in Italia il 13 febbraio in poche sale - 12, ma ne erano state promesse molte di più -, ed è stato accolto positivamente dalla critica: da Gian Luigi Rondi che sul Tempo parla di “emozioni profonde” a Tullio Kezich sul Corriere della sera (“Ma in un paese che insiste a dirsi civile, questo sarebbe un film da vedere in piedi”), da Lietta Tornabuoni su La Stampa (“Un film dedicato specialmente al dolore delle famiglie delle vittime, alla loro attesa speranzosa o disperata, all’ostilità che le circonda”) a Paolo D’Agostini su la Repubblica (“Il regista riapre un capitolo storico drammatico del suo paese e dell’Europa”). E ancora: Fabio Ferzetti su Il Messaggero (“Una lezione di storia”), Alberto Crespi su l’Unità (“Vederlo, per chi s’è riconosciuto nella storia del comunismo, nelle sue grandezze e nelle sue tragedie, è un atto di giustizia”), Silvio Danese su QN (“Un tocco sconvolgente sulla follia europea del ‘900”), Tommaso Ricci sul TG2 (“Film tragico che cozza contro la straripante voglia di banalità”). Questo per fermarsi solo ai principali quotidiani e tg. Il film è stato accolto benissimo anche da quei pochi spettatori che l’hanno potuto vedere e che quotidianamente scrivono ai “loro” giornali. Per non dire dei professori e dei presidi che pensano di organizzare proiezioni per gli studenti: “Io, professore di sinistra, dico ai miei colleghi: fate vedere Katyn”, dichiara alle pagine liguri de “Il Giornale” il professor Nicolò Scialfa. Anche alcune istituzioni e associazioni sono scese in campo. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il 10 febbraio scorso in onore del “Giorno del Ricordo” ha organizzato una proiezione alla Casa del Cinema “per ripercorrere un pezzo tragico della storia della Polonia nella speranza di una nuova Europa basata sulla verità e sulla riconciliazione”. Giovedì 19 marzo la rivista “Ircocervo” e l’associazone “Italia protagonista” hanno organizzato una proiezione al cinema “Nuovo Olimpia”, a Roma, alla presenza del ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi, con una toccante prolusione del professor Victor Zaslavsky. Dopo questa proiezione, il direttore generale per il cinema del ministero per i Beni e le Attività Culturali Gaetano Blandini, ha scritto, anche a nome del ministro Sandro Bondi, al presidente e all'amministratore delegato di Circuito Cinema per sensibilizzarli riguardo la programmazione del film.Venerdì 6 marzo, al cinema Palestrina di Milano, l’associazione Sentieri del Cinema insieme al Centro Culturale di Milano e al settimanale Tempi, ha affittato il cinema Palestrina del capoluogo lombardo per una serata dedicata a “Katyn” introdotta dal console polacco a Milano Krzysztof Strzalka: come riportato dalle cronache, tantissima gente è rimasta fuori dal cinema, e c’è stata una piccola rivolta per non lasciare alle logiche, a volte distorte, del business cinematografico, l'ultima parola. Insomma, tutti coloro che hanno la possibilità di vedere il film continuano a stupirsi per il fatto che l’esercizio cinematografico italiano non riesca a trovare un giusto spazio all’opera di Wajda. Come vi è noto, tanti giornali e telegiornali continuano - autonomamente, come è giusto che sia - a puntare il dito sullo stato della distribuzione in Italia: per quanto riguarda "Katyn", ma non solo. Quando mi è stato richiesto, io mi sono limitato a sottolineare, con discrezione ma anche con fermezza, l'evidenza di una censura di mercato, incomprensibile, vista la qualità storica e culturale dell'opera, dal mio punto di vista di giovane distributore (e produttore) indipendente. “Katyn” avrà finalmente una normale programmazione a Milano, al cinema Palestrina, con tre spettacoli quotidiani (alle ore 16.30, 18.45 e 21.00), a partire da venerdì 3 aprile. Questo è stato reso possibile dagli sforzi della Movimento Film e dalla collaborazione del gestore della sala, Andrea Nobile, e dell’associazione Sentieri del Cinema, che ha “adottato” quello che considera uno dei film più importanti degli ultimi anni. Spero e confido che altri esercenti vorranno programmare il film nelle tante città italiane che ancora non hanno fatto vedere "Katyn", e utilizzare le copie che giacciono nei magazzini.
"Viene messa particolarmente in luce la meccanicità delle esecuzioni, una in serie all’altra, in quel locale angusto, quasi fosse una stanza da macello, a sottolineare di quanta poca umanità possa essere l’uomo nei confronti di un suo simile".
Matteo Mancinelli


Ore 19.45 – Questi Fantasmi 2


Entusiasmo
Venezia in festa
Arte Contemporanea
Pittori impressionisti
di FRANCESCO PASINETTI

Nuvola
di Pier Maria Pasinetti e Roberto Zerboni