lunedì 7 settembre 2009

-06- Disney-Pixar Day (e altro…)





George Lucas consegna il Leone d'oro alla carriera a John Lasseter
(Virginia Farneti/LaPresse)


Ore 14.00 – Settimana della Critica

Good Morning Aman di Claudio Noce


Fotografia di Michele D'Attanasio

Il cortista Claudio Noce porta alla SIC malessere e identità trasversali. Un ottimo esordio, con Mastandrea in gran forma Due storie uguali e contrarie, quelle di Aman (Said Sabrie), teenager di origine somala, e del romano Teddy (Valerio Mastandrea), ex pugile 40enne, unite dalla ricerca dell’identità, un’identità trasversale. Per entrambi, si tratta di un romanzo di formazione: crescita verso la vita per Aman, crescita verso la morte per Teddy, in un intreccio di esistenze, corpi e parole supportato da una palese, e ambiziosa, volontà di stile. Immigrazione senza “sfiga”, insonnia multiculturale e una nausea che decenni dopo Sartre è ancora più invasiva e nonsense: tutto questo, incredibile e vero, in un film italiano, l’opera prima del premiato cortista Claudio Noce, Good Morning Aman, in concorso alla Settimana della Critica e poi in sala con Cinecittà Luce. Radicalizzando poetica e stile di Vicari sotto il faro di Cassavetes, il 34enne regista costruisce un viaggio al termine della notte nei dintorni di Piazza Vittorio, incrociando le derive di Valerio Mastandrea – mai così bravo – e del protagonista Said Sabrie, somalo de Roma. Noce (si) concede qualche sbavatura, mette troppa musica e nella seconda parte allarga il campo perdendo in definizione, ma non si nasconde e ritrae il malessere globale senza se razziali e senza ma generazionali. Firmando una delle opere prime, se non l'opera prima, più importanti degli ultimi anni. Buongiorno Italia, c'è vita dentro te Ci sono piccole ingenuità e difetti macroscopici in quest'opera che ci negano il gusto di gridare alla nascita di un grande autore, ma la sua freschezza e la frequenza con cui riesce a fare delle immagini una violenta poesia metropolitana lascia ben sperare per il futuro.
Arriva dalla Settimana della critica la prima vera sorpresa italiana di questa sessantaseiesima Mostra del cinema di Venezia, un esordio brillantemente articolato in termini narrativi e dallo stile visivo potente, che ha la capacità di crescere sempre di più durante il suo dispiegarsi. Good Morning Aman parte infatti male, molto male: il protagonista si presenta agli spettatori con una voce off da dj, poi la regia comincia a seguirlo ostentando un'estrosità piuttosto fastidiosa. Tutto cambia nel giro di poche sequenze, quando Aman, un giovane somalo cresciuto a Roma, comincia a vagare per le vie della capitale, in una città multietnica nei numeri ma in cui si stenta ancora a realizzare l'integrazione. Vedendo un invisibile promosso a protagonista di un film italiano, si teme una classica e retorica storia di discriminazione razziale, ma ci si ritrova lentamente immersi nel toccante racconto di un'amicizia tra due solitudini rappresentanti due mondi totalmente diversi.
Con l'entrata in scena di un tormentato Valerio Mastandrea nei panni di un ex-pugile che ha perso il gusto della vita per una tragedia nel passato di cui ancora non sa scontare la colpa, il film chiarisce le sue intenzioni, rivelando una profondità e una ricchezza a livello di scrittura davvero inusuale nel panorama del cinema italiano. Evitando la trappola dell'opera ombelicale, Claudio Noce esordisce dietro la macchina da presa con una sceneggiatura scritta a più mani, tra le quali le sue, che si muove su più livelli e dà grande libertà allo sguardo del regista di posarsi su personaggi e ambienti in maniera personale che per una volta s'allontana dalla mediocrità della cinefiction nostrana. Noce gioca col fuoco, fa parlare soprattutto i volti variando continuamente la messa a fuoco, educando il nostro sguardo a quello che si vede e quello che si dovrebbe vedere, spesso però gratuitamente. Digerendo il suo stile si rischia seriamente di trovarlo geniale. E' molto interessante la struttura di Good Morning Aman che si concentra separatamente su due personaggi non facili da amare per lo spettatore, per motivi diversi. Poi li coglie insieme nelle lotte e negli abbracci, in un tenero ma virile rapporto da cui le rispettive solitudini cercano di trarre sollievo. Il loro si configura quindi come un viaggio, l'uno dentro l'altro, ognuno dentro sé stesso: Aman è incapace di mostrare una qualsiasi reazione, anche quando provocato; Teodoro deve fare i conti con un passato che l'ha allontanato dal mondo esterno. La vita per quest'ultimo è una faccenda che riguarda un altrove inafferrabile, come spiega il dipinto in cui perde spesso lo sguardo: un uomo di spalle in piedi su una montagna. Noce si muove in una Roma che oggi sarebbe tanto cara a Pasolini, tra Piazza Vittorio e Corviale, con il terribile "Serpentone" che fa da sfondo al degrado dell'anima della città. Il film torna a perdersi verso il finale, un vero capolavoro in termini di montaggio ma eccessivo nella sua produzione di senso, sfiorando il risibile. Lo script ha però l'intuizione di confondere, sminuzzando la realtà nell'immaginazione. Ci sono piccole ingenuità e difetti macroscopici in quest'opera che ci negano il gusto di gridare alla nascita di un grande autore, ma la sua freschezza e la frequenza con cui riesce a fare delle immagini una poesia metropolitana lascia ben sperare per il futuro. A tanta vicinanza fisica coi personaggi corrisponde in realtà una lontananza emotiva altamente irritante. La storia di due anime sole e a disagio col mondo in cui si trovano a vivere è infatti affrontata in maniera gelida e confusa, ed il film di Noce è ancor più irritante se le ambizioni e le attese erano così alte.
È ufficiale: la 66. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si scopre morbosamente ossessionata dall’uso permanente ed ossessivo della macchina a mano che, coi suoi movimenti discontinui ed irregolari, bracca costantemente l’esistenza dei propri protagonisti. Dalla Spagna di Rec 2, passando poi per la Svezia di “Apan”, infatti, il movimento tanto caro al documentario prende di petto anche l’Italia con uno dei film di punta della Settimana Internazionale della Critica e dello stesso Festival, l’atteso Good Morning Aman dell’esordiente regista romano Claudio Noce.
Aman, diciannovenne italiano di origine somala, incrocia in maniera inaspettata la vita di Teodoro, ex pugile romano di quarant’anni intrappolato nelle sue colpe e in un passato da espiare. Il loro diventerà un rapporto complice, stabile, necessario. Ormai sembra che la sperimentazione formale debba per forza passare per la sopracitata scelta registica, correndo in realtà il rischio di risultare ridondante, chiudersi ed essere fine a se stessa. Ma i movimenti bruschi, rapidi, invasivi e per nulla intimoriti che danno forma a Good Morning Aman, acquistano presto una nuova e propria potenza perché supportati da grande curiosità, attrazione e rispetto per l’animo, la vita ed il pensiero dei propri personaggi, che si convertono in un martellante utilizzo di primissimi piani e dettagli (raro poi che ci si imbatta in inquadrature che vadano al di sotto della mezza figura). La struttura drammaturgica del film di Noce, inoltre, viaggia su due registri distinti, che vanno dal momento di estremo e solido realismo a quello in cui si è portati all’interno di un universo surreale, quello svelato dal continuo flusso mentale di Aman: proprio l’approccio visivo ed il linguaggio del film tengono conto di tale cifra stilistica. Peccato che dal punto di vista contenutistico la storia di due anime sole e a disagio col mondo in cui si trovano a vivere (e nel quale cercano comunque ossessivamente un posto, il proprio posto) sia affrontata così gelidamente e confusamente. A tanta vicinanza fisica coi personaggi corrisponde in realtà una lontananza emotiva altamente irritante. Ancor di più se le ambizioni e le attese erano così alte. Ore 17.30 - Giornate degli Autori
Di me cosa ne sai (2008) di Valerio Jalongo


Fino agli anni Settanta il cinema italiano dominava la scena internazionale, arrivando perfino a fare concorrenza a Hollywood. Poi, nel volgere di pochi anni, il rapido declino, la fuga dei nostri maggiori produttori, la crisi dei grandi registi-autori, il crollo della produzione. Ma quali sono le vere cause e le circostanze di questo declino? Nel cercare di dare una risposta a questa domanda, Di me cosa ne sai tenta di raccontare questa grande mutazione culturale. Iniziato come un’amorosa indagine sul cinema italiano, Di me cosa ne sai diventa così un docu-drama che alterna testimonianze dei protagonisti di allora a frammenti della vita culturale e politica degli ultimi trent’anni: un diario di viaggio che racconta l’Italia da nord a sud, attraverso sale cinematografiche e ragazzini teledipendenti, Berlusconi e Fellini, centri commerciali e direttori di telegiornale, storie di esercenti appassionati e registi che lottano per i propri film, testimonianze di proiezionisti girovaghi e di grandi registi europei.



“Sarebbe possibile oggi ‘Salò’?”. Non è un revisionista nostalgico a parlare, ma Bernardo Bertolucci. Domanda retorica e Valerio Jalongo lo sa bene, le immagini dell’ultimo capolavoro di Pasolini, stupende e atroci, sono il viatico a ottanta minuti di cronistoria critica della cultura dell’immagine in Italia, attorno alla grottesca vicenda del regista Felice Farina, Don Chisciotte idealista e nichilista. Un bel documentario d’arte e politica, di immagini e dati, di interviste e deduzioni fuori campo, di tv e cinema, che nel 1949 riempiva una piazza con la sua protesta, e ora “solo” un teatro. E di Fellini che combatte Berlusconi, sostenuto da un giovane Veltroni e il PCI, con lo slogan “Non si spezza una storia, non si interrompe un’emozione”. Già, si stava meglio quando si stava peggio. O forse eravamo solo migliori noi.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Fotografia di Michele D'Attanasio! :-PP
Rob.