lunedì 7 settembre 2009

-05- Lourdes di Jessica Hausner convince tutti!



Ore 08.30 – Venezia 66

Bad Lieutenant: Port of Call di Werner
Herzog





La prima bella sorpresa arriva dalla trentasettenne Jessica Hausner
Werner piatto, confronti impossibili La delusione: per «Bad Lieutenant» una regia scolastica che fa rimpiangere l’originale di Abel Ferrara


La prima, bella sorpresa della Mostra viene da una regista non proprio conosciutissima (ma i cui due precedenti lungometraggi, Lovely Rita e Hotel, avevano attirato l'attenzione del «Certain regard» di Cannes), la trentasettenne Jessica Hausner, che con Lourdes racconta il pellegrinaggio nella città pirenaica di un gruppo di malati. Tra di loro, c'è la giovane Christine (Sylvie Testud), bloccata su una carrozzella da una sclerosi che le permette di muovere soltanto la testa. Ma l'obiettivo della regista non si fissa solo su di lei: dedica altrettanto spazio e tempo alle giovani accompagnatrici dell'Ordine di Malta, agli altri malati, alle piccole ritualità quotidiane che scandiscono i giorni di permanenza al santuario. E lo fa con un occhio che sarebbe fuori luogo chiamare «laico» ma che è certamente «oggettivo» ed equidistante da spiritualità e scetticismo. Se scatta il sorriso è perché quello che si vede può essere letto anche in maniera ironica (certe istruzioni e certi rituali aspettando il proprio turno alla grotta o alla fonte, i comportamenti di chi vuole in qualche modo esorcizzare l'incombente presenza della malattia e della morte, i discorsi su miracoli passati o presunti) ma tutto potrebbe offrirsi anche a una lettura opposta. Proprio come succede alla protagonista quando viene «miracolata»: è lei la prima ad avere dei dubbi, a temere per una possibile recrudescenza della paralisi, a subire gli sguardi invidiosi degli altri malati. In questo modo il film racconta sì un miracolo ma evita in tutti i modi di spiegarlo (la protagonista non sembra neppure particolarmente credente) facendo tornare alla mente quello spirito dissacrante ma insieme ambiguo e un po' sorpreso che Buñuel aveva portato a vette eccelse e che Jessica Hausner sembra in grado di ritrovare di nuovo.

Chi invece non sembra all'altezza del suo nome è il «cattivo tenente» che Werner Herzog ha portato in concorso al Lido (
Bad Lieutenant. Port of Call: New Orleans). Le polemiche sul possibile o impossibile remake del Cattivo tenente di Ferrara si sono dissolte dopo le prime scene: tanto il film con Harvey Keitel era cupo e sgradevole affrontando con la massima radicalità i temi della colpa e del perdono (il protagonista entrava in crisi quando una suora perdonava i propri violentatori), così il film di Herzog è piatto e scolastico, raccontando la vita non certo esemplare di un tenente della polizia di New Orleans (Nicolas Cage, ingessato e stralunato), strafatto di cocaina, che «protegge» una prostituta (Eva Mendes, molto più bella altrove) e che sul lavoro non sembra avere dubbi morali né angosce esistenziali. La mano di Herzog si può trovare in qualche piccolo inserto animalesco (l'incidente stradale con un coccodrillo, l'apparizione di due iguane, il finale davanti all'acquario) ma il resto dà l'impressione di una regia solo alimentare. Terzo film in concorso della giornata il cino-taiwanese Lei wangzi (Il principe delle lacrime) di Yonfan che ricostruisce gli anni del «terrore bianco» a Taiwan (tra il '50 e il '54) quando la paura del comunismo sembrava autorizzare delazioni e esecuzioni in massa. Ne fa le spese anche la famiglia di due bambine, di cui seguiamo per due ore l'ingresso precoce nell'età della consapevolezza e la scoperta che nessuno può dirsi davvero «buono». Il tutto filmato con uno stile prevedibilmente «poetico» e un ritmo forzosamente dilatato. Un film corretto, certo, ma di cui si fatica a capire il senso nel concorso veneziano.

Ore 11.00 – Controcampo Italiano

Sputnik 5 (corto)
Cosmonauta
di Susanna Nicchiarelli



Scritto dalla regista con Teresa Ciabatti, il film ha il merito di non esibire un sentimento nostalgico ma, nella sua dichiarata uniformità, lascia emergere un bel ritratto adolescenziale dove la rabbia della protagonista ricorda quella di un certo cinema di Claude Miller. Forse anche per questo suscita una spontanea simpatia
Suscita una spontanea simpatia un film come
Cosmonauta. E ciò avviene con naturalezza, proprio perché non ci sono ammiccamenti o furbizie autoriali. Anzi, da un punto di vista visivo, lo sguardo della Nicchiarelli (che ha scritto il film con Teresa Ciabatti ed interpreta anche il ruolo di Marisa) è trasparente, quasi dimesso. Per certi aspetti questo debutto possiede quell’attraente umiltà di certi debutti del cinema italiano dalla seconda metà degli anni ’80 in poi come, per esempio, quelli di Giuseppe Piccioni (Il grande blek) e Leone Pompucci (Mille bolle blu). Il film comincia nel 1957 quando la cagnetta Laika è stata appena mandata nello spazio dai sovietici. Luciana ha 9 anni ed è appena scappata dalla chiesa poco prima di fare la comunione. Nel 1963, a 15 anni, è entrata a far parte della sezione locale della FIGC che frequentava suo padre. La passione politica gliel’ha trasmessa il fratello maggiore Arturo, un ragazzo bizzarro che soffre di epilessia ed è appassionato di Unione Sovietica. Quella di Cosmonauta è fuga indietro nel tempo. Si avvertono in modo netto i segni della ricostruzione (la sezione comunista del Trullo). Anzi, appaiono così evidenti da apparire quasi esibiti. Eppure in questa visione d’epoca la nostalgia non viene imposta ma si accumula attraverso residui (ritagli di giornali, frammenti con le immagini del viaggio nello spazio e una colonna sonora che comprende successi come, per esempio, Cuore matto, Nessuno mi può giudicare, E la pioggia che va, e Io che amo solo te. Non ha grossi slanci Cosmonauta ma probabilmente non li vuole neanche avere. C’è solo il desiderio di raccontare una storia. E in questo primo lungometraggio di finzione della regista (che precedentemente aveva realizzato cortometraggi e documentari tra cui Il terzo occhio e L’ultima sentinella) sono presenti delle vibrazioni sentimentali autentiche. Gli squardi tra Luciana e il ragazzo della sezione hanno la stessa spontanea intensità di Notte prima degli esami. Emergono i suoi desideri, la sua vergogna, e soprattutto la sua rabbia in uno dei frangenti più riusciti del film quando insulta il fratello facendolo scappare e quando è isolata a scuola. Lì sembra uscita da quelle inquietudini adolescenziali del miglior cinema di Claude Miller da L’éffrontée a La piccola ladra. E forse la Nicchiarelli è troppo discreta per dirlo ma nelle corse della giovane protagonista - dove emerge Miriana Raschillà in un cast dove è ben contornata, tra gli altri dai bravi Sergio Rubini, Angelo Orlando e Claudia Pandolfi – e nei suoi sguardi verso il cielo forse a volte pulsa il cuore di Antoine Doinel.

Ore 24.00 – Venezia 66
Tetsuo: The Bullet Man di Shinya Tsukamoto



Tsukamoto mette la parola fine all'epopea dell'uomo/macchina: in Concorso, apocalittico e con qualche passaggio a vuoto.
Distrutto per l'omicidio del suo piccolo bambino, un uomo d'affari americano a Tokyo (Eric Bossick) non riesce più a controllare la rabbia, repressa nel corso di un'intera esistenza, e poco a poco si trasforma in una mostruosa macchina di morte: vapore e olio, fibre muscolari che diventano letali armi metalliche, esplosione a raffica di pallottole, un
bullet man... Scoprirà poco più avanti - anche grazie ad un misterioso e pericoloso sconosciuto (Tsukamoto) - che l'ibridazione non è casuale, ma conseguenza di alcuni esperimenti condotti anni prima dal padre, scienziato coinvolto con le forze armate USA nel Giappone del dopoguerra nel progetto "Tetsuo". Diciassette anni (e una decina di film) dopo Tetsuo II: Body Hammer, Shinya Tsukamoto porta in Concorso "l'ultimo capitolo della storia sul ferro": né sequel, né remake, Tetsuo: The Bullet Man (primo film in lingua inglese del regista nipponico) mette con buona probabilità la parola fine al "progetto" (cinematografico) Tetsuo, che nel 1988 tracciò le linee guida di un linguaggio e di un'estetica inconfondibili: la mutazione della carne, la sinfonia metallica industriale e urbana (che probabilmente sarebbe piaciuta a Walter Ruttmann), contrappuntata dall'elettronica martellante di Chu Ishikawa, per il consueto manifesto di un cineasta totale (al solito, anche sceneggiatore, direttore della fotografia, montatore e scenografo), demiurgo che implora la sua stessa creatura di ucciderlo: è questa la svolta definitiva di The Bullet Man, che riflette violentemente sulla dicotomia tra "la perfetta evoluzione dell'essere umano" (indistruttibile androide, nuova potenziale arma di distruzione di massa) e quel poco di cuore (e sangue non contaminato) che gli è rimasto. Non il suo film migliore (che rimane Tokyo Fist, insieme ad A Snake of June), in alcuni passaggi appesantito da didascalie tutto sommato inutili, ma Tsukamoto - con inserti di videoarte straordinari - dimostra una volta di più quanto gli "insostenibili" ritmi digitali ed elettronici coincidono con le mutazioni fisico/sensoriali della fruizione cinematografica. Apocalittico, (mai) integrato.


Nessun commento: