giovedì 3 settembre 2009

-2- Arrivi e partenze

Il popolo della Mostra è arrivato al Lido (chi affollerà le sale arriverà in massa nel prossimo week-end...), premono gli ultimi preparativi, soprattutto all’esterno per la passerella inaugurale; fin dalle prime ore del mattino ad esser gremito è il Palazzo del Casinò: c'è chi affretta il passo, chi si guarda attorno un po' spaesato, chi consulta il ‘programma’ o chi piacevolmente chiacchiera... il clima festivaliero anima gli ampi saloni come una stazione ferroviaria (il riferimento al treno è d’obbligo nel Cinema!). Un film sta partendo, è ora, tutti al (Settimo)Binario, tutti in sala… si parte, buon viaggio, buona Mostra!!!

Di seguito il Tabellone dei film visti, che vedremo, da vedere, quelli da vedere un po’ meno e che avremmo voluto vedere (la Visione prima di tutto!) accompagnati da recensioni, spunti, commenti, rilevanti, stimolanti, frizzanti, da leggere, annotare, dibattere, tratti dal web, dalla carta stampata… una rassegna della Rassegna!

Ore 11.00 – Giornate degli Autori
Je suis heureux que ma mère soit vivante
di Claude Miller, Nathan Miller


Dramma edipico tra madre e figlio, fatto di sottrazioni e improvvise fratture violente, dove il ricongiungimento finale riesce a compiersi solo attraverso un abbandono rassenerato alla sofferenza, il film diretto da Claude Miller e il figlio Nathan recupera con tonalità cupe, malinconiche e morbose, la tradizione francese del racconto di formazione. Il piccolo Thomas ha ricordi sparsi della madre che l'ha abbandonato. Un dolore ossessivo e inconciliabile che gli impedisce, ancora bambino, di vivere con gioia nel nucleo famigliare che l'ha adottato. Nel corso di tutta l'adolescenza la sua vita diventa quindi una continua ricerca senza tregua della donna che anni prima ha abbandonato lui e il fratello minore Patrick. Una volta ritrovata, inizia a frequentarla e a entrare intensamente nella sua vita, finchè la rabbia repressa sfocerà in un atto terribile e allo stesso tempo sorprendentemente risolutivo. Tratto da una storia vera, Je suis hereux que ma mere soit vivant è il racconto - inquietante e a tratti eccessivamente distaccato - di un amore e che si fa odio e viceversa. L'immagine che Thomas ha della madre Julie è un puzzle fatto di frammenti del passato, idealizzazioni e frustrazioni: una sorta di archivio soggettivizzato - e non a caso in uno dei flashback lo vediamo osservare la donna chiudendo un occhio e simulando con le mani l'obiettivo di una macchina da presa - all'interno del quale emerge il desiderio carnale di un contatto perduto. La durissima scena dell'accoltellamento in tal senso ha la funzione di una vera e propria catarsi erotica, più volte annunciata dai dettagli di sguardo, carichi di morbosità, tra i due personaggi e dall'incapacità da parte del giovane Thomas di affrontare liberamente una relazione amorosa. Dramma edipico fatto di sottrazioni e improvvise fratture violente, dove il ricongiungimento finale riesce a compiersi solo attraverso il doppio sacrificio di madre e figlio, il film diretto da Claude Miller e il figlio Nathan recupera con tonalità cupe e malinconiche, la tradizione francese del racconto di formazione, dell'adolescenza vista come drammatica fase di crisi e transizione. In ultima analisi Je suis hereux que ma mere soit vivant è il racconto, non privo di una certa macchinosità, di tanti amori negati: Thomas e la vera madre Julie, Thomas e i genitori adottivi, Thomas e i fratellastri. E' solo nel finale, ovvero nell'ultimo freeze frame che lo ritrae, che vediamo una luce diversa nel volto del protagonista. Un equilibrio ritrovato però solo al prezzo di un'ulteriore abbandono alla sofferenza - il carcere in cui Thomas sconterà la propria pena e il dolore fisico inferto al corpo della madre.
Carlo Valeri


Ore 19.00 – Venezia 66
Baarìa di Giuseppe Tornatore

Tornatore rievoca settant'anni di storia bagherese per raccontare il suo cinema: ambizioso, esagerato e imperfetto, in Concorso. La storia della famiglia Torrenuova incrocia settant'anni di vicende cittadine e nazionali: tre generazioni di bagheresi (Mannina e Peppino, i loro padri e i loro figli) attraverso cui passano guerre e liberazioni, crolli e utopie, passioni pubbliche e private. Negli anni del fascismo è il pecoraio Cicco Terranuova (Alfio Sorbello da giovane e Gaetano Aronica da adulto) a non rassegnarsi alle durezze di una vita povera e avara di bellezza, abbandonandosi alle narrazioni del neonato cinematografo, dei grandi poemi cavallereschi e dei romanzi popolari. Nell'immediato dopoguerra toccherà a Peppino (Francesco Scianna) tentare di elevarsi e cambiare le cose abbracciando l'utopia comunista e una faticosa carriera politica. Ma sarà suo figlio Pietro (Gaetano Sciortino) a segnare il vero punto di non ritorno: abbandonate le antiche illusioni paterne, il ragazzo lascerà la Sicilia cercando di affermarsi come fotografo, e come uomo, altrove. L'enorme attesa attorno al kolossal italiano Medusa (per i costi e il dispiego dei mezzi, per la sensibilità e le ambizioni del suo autore) non viene ripagata del tutto: Baaria (nome fenicio di Bagheria che significa "porta del vento") è una versione macroscopica del cinema di Tornatore, una lente d'ingrandimento delle sue virtù e dei suoi limiti. Così se ogni personaggio (meglio Scianna della comprimaria Madè), movimento di macchina e taglio di montaggio testimonia della smisurata passione del regista siciliano per la narrazione per immagini, questa stessa passione tracima spesso nella dismisura retorica dei dolly e delle ellissi impossibili, della bella inquadratura, della musica in pompa magna (Morricone), e del colpo ad effetto. E se l'infantile ingenuità con la quale il cineasta di Bagheria affronta ogni impresa può andare bene per il minimalismo nostalgico alla Nuovo cinema paradiso, questa diventa un problema quando si vuol contenere quasi un secolo di vicissitudini italiane in due ore e mezza. L'emozione si perde dietro i troppi avvenimenti e personaggi, la ricostruzione, compressa, risulta per forza di cose monca. Imperdonabile che Baaria, pensato come affresco corale sulla storia - quella personale del regista e quella collettiva di varie generazioni siciliane - finisca per scambiare la memoria con la sua immagine stereotipata, e che rinunci al ripensamento - anche malinconico - del passato per una rievocazione piena di cliché e sentimentalismo (alla Sicilia di Tornatore non manca nulla dei suoi luoghi comuni e del suo rinomato folklore). Più sincero il regista quando trova in mezzo a tanto immobilismo accenti di vitalismo inaspettato (ciascuno in fondo persegue una sua personale battaglia: Peppino lotta per un un mondo migliore, la moglie per il riscatto sociale, la madre della moglie per l'onore del padre ammazzato dalla mafia), o quando per bocca di Peppino disilluso declama: "Noi Terranuova vogliamo abbracciare il mondo intero, ma abbiamo le braccia corte". Qui c'é tutto il film. Il suo senso. E forse anche il suo valore.
Diletta Allievi

Ore 22.30 - Giornate degli Autori
Barking Water di Sterlin Harjo

L'orgoglio e la fine delle nazioni indiane Seminole e Crow così come dell’incontaminato Oklahoma, la Terra degli Uomini Rossi (in lingua Ponca). Frankie vuole lasciare l'ospedale - prima di morire – per ritrovare figlia e nipote e chiedere loro perdono. Ricorre all’aiuto di Irene, la donna che in passato lo ha amato. Un road movie nostalgico e sorprendente che scorre tra paure, speranze, rancori sopiti sotto gli occhi di una natura antica che assiste impassibile. Prodotto con il sostegno del Sundance Institute.

In attesa di qualche autorevole recensione/commento (proiettato in contemporanea, [REC]2 di Paco Plaza e Jaume Balaguerò sembra aver attirato tutte le attenzioni…), il road movie di Harjo è un album fotografico di ricordi, sguardi, gesti, paesaggi: il volto inflessibile, fiero del protagonista, scavato dalle rughe del tempo e dalla malattia che lo opprime, racchiude come in un intenso ritratto tutta la nostalgia di una vita. Il tormento del viaggio da compiere, da rivivere, ne è la cornice incolore.
Peccato che i silenzi del film siano stati accompagnati da un martellante sottofondo musicale proveniente da chissà quale festa nell’area adiacente alla Sala ‘novità’ Perla 2…

1 commento:

Unknown ha detto...

della serie, la mostra del cinema di Venezia non si smentisce mai...